FRIENDLESS dei ZEFFJACK: un album tra improvvisazione e inventiva

‘Friendless‘ è il primo LP del trio parmense Zeffjack, uscito nel 2018.
Definirlo un lavoro che ha una fortissima coerenza sarebbe dire poco e non riuscirebbe a far cogliere nell’interezza quello che è il frutto dell’inventiva e della spiccata capacità di improvvisazione del gruppo. Con dieci tracce è semplice intravedere e riuscire a respirare l’atmosfera che dagli anni ottanta genera il Post-Punk; qui tutto è chiaro.

In un connubio che va a rivangare in quelle che sono le scene inglese e americana si attua una perfetta evoluzione strumentale che, non risentendo minimamente della mancanza di una voce, esplode nelle linee melodiche che costruiscono il disco.

Ecco di seguito la tracklist e la recensione dell’album:

1. Mont Blanc
2. Arnold Press
3. Poretti Party
4. Starting Light
5. St. Antony’s Fire
6. Demo Cemetery
7. Deep Impact
8. California Butterfly
9. Number 9
10. Fade Out

La traccia d’apertura, ‘Mont Blanc‘, è retta nella sua interezza da un semplicissimo arpeggio di chitarra che sostiene l’accoppiata ritmica di basso e batteria. Spicca in maniera repentina, già da subito, l’importanza che avranno le linee di basso per tutta la durata dell’LP.
E’ un pezzo cupo, non lascia altre interpretazioni se non quella di un grigiore da periferia, quello stesso grigiore che nella fitta rete che compone la copertina del disco, racchiude l’essenza della produzione musicale del trio.
Arnold Press’, la seconda traccia, è quella che non può mancare in un disco di Post-Punk, non di quello moderno perlomeno. Interpol e Editors vengono amalgamati nei suoni distorti della chitarra che riesce a dire tutto facendo due cose essenziali; bending e stacchi di accordi, nient’altro.
La terza traccia, ‘Poretti Party‘, accompagnata anche da un video musicale girato nella periferia di Parma, è una rapida esecuzione di charlestone indiavolato, basso pulsante e ottave di chitarra che aprono uno squarcio come il sole nel cielo nuvoloso, ribaltando completamente il senso di smarrimento dei primi secondi. Il gruppo cita tra le proprie influenze i Bloc Party, ed è qui più che in ogni altra traccia che questi ultimi appaiono, insieme a qualcosa che rimanda ai Sonic Youth degli anni novanta.

La capacità di costruire melodie prettamente Pop in un contesto che Pop non è, salta subito alle orecchie dell’ascoltatore e regge anche nella traccia successiva, ‘Starting Light, molto simile alla precedenza sia per sezione ritmica che per uso delle ottave che danno via alle luci, come si potrebbe intendere dal titolo.
La quinta traccia, ‘St. Anthony’s Fire’, è la più caotica e la più pesante per quanto riguarda il riff di chitarra e da ancora spazio, nonostante la pressante staticità del pezzo, ad aperture di ottave che vanno a contrastare con palm muting che si ripetono in varie occasioni.

La carica dei pezzi non va a scadere per nessuna delle tracce ed è forse questa la cosa più importante per un disco che intende assumersi la responsabilità di parlare il linguaggio del Post-Punk, che nell’immaginario collettivo è quello del ‘pogo ondeggiante’ ai concerti, di salti all’unisono che non lasciano il proprio posto, come i pezzi di questo disco.

Nella sesta traccia, ‘Demo Cemetery’, si affaccia l’altro volto del Post-Punk, quello lento, quello cadenzato, che ricorda molto la tradizione dello Shoegaze e a tratti il lavoro omonimo degli Amesoeurs.
E’ un pezzo solido, malinconico, che come ormai risulta chiaro, porta con sé lo smarrimento della metropoli e dei grattacieli, dell’isolamento periferico e della nostalgia.
Forse è il pezzo che meglio interpreta quello che è l’intento del trio.
Deep Impact‘, la settima traccia, è una bomba di ottave che vanno via liberamente e ricorda molto Viba dei Verdena, per carica e crescendo.

In ‘California Butterfly’, l’ottava traccia, viene ribadita la straordinaria capacità di intersecare linee melodiche molto simili in un contesto che le decontestualizza e le porta su altri orizzonti, su altri territori. Gli arpeggi che come una ragnatela vanno a formarsi e intrecciarsi lungo il corso del tempo sono di una bellezza rara anche per un qualcosa che è già stato sentito in tanti anni di produzione musicale, ma che comunque riesce sempre a ottenere fascinazione anche con atti piccoli ma essenziali, come ad esempio il basso che salta su con prepotenza al minuto 1:42 e da tutto un altro aspetto al pezzo.
Punk ed improvvisazione sono anche questo; intuizione e capacità creativa.
I Zeffjack li hanno entrambi e sanno come utilizzarli.

Nelle ultime due tracce, ‘Number 9‘ e ‘Fade Out’, si concretizza quella che è tutta l’anima del disco, perché se nella nona traccia il riff di apertura è sincopato e retto da una consistente sezione ritmica, nella decima, stando anche al titolo, si ritorna ai tormenti di quelle ottave che contrastano il grigiore e lasciano un attimo di speranza, che poi, lentamente, svanisce.

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