ERADIUS: incontro tra sporco dello STONER e classe dell’ALTERNATIVE

L’omonimo debutto degli Eradius, duo Veronese formato nel 2016, è un’ottima prova.

Risalendo nelle loro influenze, tra le quali vengono citati i Tool, i Muse, i Rage Against the Machine e in particolar modo i Royal Blood, vista anche l’accoppiata di basso e batteria a reggere il tutto, si incontra il punto di congiunzione tra l’Hard Rock da venature blues, lo Stoner e il Funky. Quello che qualche anno fa, in sostanza, sarebbe stato etichettato come “Crossover”. Non è sufficiente definirlo così.
L’idea di partenza, quella di utilizzare solo la sezione ritmica, con tutte le occorrenze del caso quali Fuzz e distorsioni varie, funziona, rende l’amalgama buona e densa.

Neanche a farlo apposta, la prima traccia prende il titolo di ‘Alternative‘, ed è un pezzo sorretto da un giro di basso sincopato e giochi di charlestone ripetuti
, con un ritornello piacevole e una chiusa che sa di Zeppelin. Un chiaro esempio di Hard Rock suonato bene, non banale e carico di modernità.

Questo sarà il marchio dei primi sei pezzi, che spaccano perfettamente il disco a metà, essendo di dodici tracce.
Democrazy‘, la sesta traccia, mandata in forza come singolo anche dal video musicale, fa da ponte tra le due metà e ne segna le due influenze principali, quella Hard Rock che domina la prima e quella Stoner e Alternative che si prende la seconda.
Da notare, tra le prime sei tracce, c’è la quarta, ‘Black Queen‘, potente pezzo blueseggiante che carica di voce e di abbondanti cambi di riff.

La voce di Richard Dylan Ponte è graffiante e ricorda molto quella di Glenn Danzig (Misfits, Danzig), un altro interprete eccellente dalle venature tradizionali blues rilette sotto l’occhio marcio del Fuzz, vero protagonista del disco.
Bisognerebbe nuovamente soffermarsi sulla sesta traccia, che racchiude in sé un po’ tutte le idee principali in mischia, sapendo seguire il corso naturale del disco e andando a confermare la straordinaria somiglianza vocale con Danzig.
E’ un pezzo tosto, graffiante quanto basta e che sa prendersi una pausa poco prima di finire nel crescendo del solito riff, in un atmosfera che ricorda gli stacchi quasi tribali di molti pezzi dei Tool.

Con ‘Medusa‘, il settimo pezzo, cambia tutto.
Lo slap iniziale dice Primus e dice Nuclear Rabbit, ma dice anche Rage Against the Machine con il possente ritornello che rimane in testa con il suo “I don’t care” pesante come un macigno.
Lo si sente tutto nel più profondo e si sente anche l’estensione vocale del cantante, la sua versatilità dal più graffiato al più melodico. Sono cannonate i pestoni sulla batteria e sono cannonate i corposi riff di basso. Forse il pezzo più bello di tutto il disco.

Con ‘Feel‘, l’ottava traccia, si conferma la massiccia presenza di ascolti ripetuti dei primi Tool, che lasciano una presenza significante anche con le sonorità arabeggianti del ritornello, molto cauto, sereno.
Non è altro che apparenza.
Il duo sa utilizzare benissimo gli spazi di costruzione dei brani, sa dove potersi permettere un attimo di tregua e poter sorprendere con riff decisi da un momento all’altro.
La nona traccia, ‘Desert Painter‘, è un’ altra pioggia di Funky e di richiami Stoner, anche solo dal titolo, quel “Desert” che riporta alla mente il sole cocente dei deserti dei Kyuss, onnipresenti in ogni lavoro che abbia a che fare con certe sonorità.

Le ultime tre tracce sono della stessa fattura, cariche di ritmiche veloci e ritornelli al limite tra Black Label Society e Royal Blood.
Da segnalare ci sono alcuni giochi di batteria e basso che staccano la corrente ai pezzi e tengono alto l’interesse verso la capacità strumentale dei due, che si divertono a duellare come nelle improvvisazioni più libere.

In dodici tracce è imprigionata una carica che raramente si trova nei dischi di debutto, un certo coraggio e una noncuranza della, a volte inevitabile, caduta nello stereotipo dei generi.
Perché si possono dare infinite etichette ed azzardare accostamenti con altri gruppi e tante sonorità differenti, ma l’anima di Eradius rimane incontaminata nel semplice ritrovarsi ad averci a che fare a tu per tu, faccia a faccia.
Ed è un bell’incontro, uno di quelli che mette K.O.

(Rom)

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