‘We come along’ dei THE TWINKLES è un capolavoro – RECENSIONE

We come along’, disco del gruppo Punk veronese The Twinkles in uscita oggi, 10 maggio, è un gioiello.
Questo è ciò che succede quando la sensibilità pop e melodica incontra la semplicità del Punk, di quella prima ondata che ha spazzato via i concetti basilari della musica leggera.

E un disco di dieci tracce (nove, se non si vuole contare l’irriverente opening che riarrangia la Toccata e fuga di Johann Sebastian Bach), che condensa in maniera più che buona quelle che sono le tendenze di circa quarant’anni di Punk, quello degli albori, che affonda le proprie radici nella vena melodica di gruppi come Buzzcocks, Cocksparrer, Ramones e The Damned.

Il tutto viene esplicato dalla title-track, che nel ritornello prettamente radiofonico richiama inaspettatamente anche i Beatles, con le seconde voci che vanno ad unirsi nei cori e che creano un’atmosfera perfetta per una festa, una di quelle collegiali.
E’ Pop, è la capacità di rendere malleabile un suono che per nascita non dovrebbe esserlo.

La terza traccia, ‘No more faith in you’ ricorda molto i Clash con le sue ritmiche in levare, dinamiche decise che reggono per tutto il pezzo.
Funziona bene e ha il suono vecchio che qualsiasi gruppo che riproponga certe sonorità dovrebbe avere l’accortezza di mantenere.

‘Bubblegum girl‘, la quarta traccia, è una ballata lenta ma allo stesso tempo energica che conferma le tendenze Pop esageratamente spiccate del gruppo.
Un arpeggio dolce e i cori strutturati in maniera meticolosa accompagnano il ritornello che preso da sé direbbe tutto fuorché Punk. Molto più simile a una veduta di Punk Californiano che al ’77 britannico.
Ma funziona, questo è innegabile.

‘Your time has come‘, quasi a fare il verso al titolo, ha un ritmo da marcia militare ed è un altro pezzo leggero, godibile, che trova il suo piccolo spazio nel disco senza nessun problema, sempre grazie alla capacità del gruppo di saper studiare per bene gli elementi melodici da inserire.

La sesta traccia, ‘C‘est la vie’, è forse quella che richiama di più i Ramones, forse il primo gruppo da citare quando si sta parlando di Punk che sa fare il bravo ragazzo e sa parlare la lingua della melodia.
Il titolo in francese poi è il tocco di classe; si sa già cosa si sta per ascoltare.
Questo è un punto a favore del gruppo, l’ascoltare esattamente ciò che ci si potrebbe aspettare leggendo un titolo.

‘Fantasy is my mistress’ torna a richiamare le ritmiche in levare e trasuda Inghilterra da ogni poro, segno di come il lascito di un sound abbia influenzato in maniera irreversibile l’occhio e sopratutto l’orecchio nel rivolgersi ad un territorio specifico.
Il basso e l’organo in sottofondo che chiude il pezzo con uno slide sono un’ottima trovata e si nota in maniera esemplare come la voce di Nick Mess, cantante e chitarrista, ricordi molto quella di Alex Turner degli Arctic Monkeys, simbolo odierno dell’essere britannici.

L’ottava traccia, che risponde al nome di ‘Rich girl’, lascia trasparire quelli che sono gli incontri stretti tra la prima ondata e tutte le successive influenze.
E’ semplice riuscire a rendersene conto mettendo insieme strofe e ritornello.
Il palm muting della strofa, pressoché inesistente nel Punk primordiale ma perennemente attivo in quello odierno e sopratutto in quello americano, va a confluire nel ritornello più britannico che si possa immaginare.
Quelli accordi secchi e sincopati non tradiscono le aspettative e dicono esattamente quello che devono dire; dicono old school.

‘Naughty lady‘ è un’altra traccia tranquilla che accompagna con l’ausilio anche delle chitarre acustiche l’ascolto del disco.
E’ forse il pezzo più Pop , più della title-track.
Questo non lo rende meno godibile.
Ascoltandolo attentamente risulta assolutamente innegabile come il trio sia riuscito in maniera esemplare a riproporre un suono sapendolo rinnovare ma senza lasciare da parte le importantissime radici che lo legano ad un contesto che va aldilà della musica.
Per dirla semplice, non sembra un disco del 2018, non sembra un disco di quest’epoca.
E’ dentro un tempo in maniera profondissima, ma il tempo non è il nostro.

Tutto si chiude con un pezzo che ha uno dei titoli più belli che si possano pensare e che ha una coerenza forte con il testo; ‘Don’t wanna wake no more all alone’.
Un pezzo semplice, diretto e forte che chiude un bel disco che merita molta attenzione e molta riflessione su quello che significa saper cogliere le particolarità di un’epoca e di un movimento musicale che ha sconvolto per sempre il mondo in cui è nato.

Ed è comunque vero che se dopo vent’anni si ha ancora il coraggio di portare avanti un progetto del genere, che nonostante i picchi avuti rimane comunque in sordina, non può essere per altro motivo se non quello di avere tutto questo nell’anima e si sente, si sente tutto.

(Rom)

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