‘High Tide Reaping’ dei DIATONIC SUN – RECENSIONE

‘High Tide Reaping’, ultimo disco dei dei Diatonic Sun uscito lo scorso 24 maggio, è un album che vacilla tra il complesso e il confusionario.
Nel lavoro si varia da una tendenza ai ritornelli dal sapore pop che ricordano gruppi come i 30 Seconds To Mars, cambi di voce da growl a pulito che rimandano ad un certo Metalcore, una serie di Riff che vanno a scavare tra Mastodon, Control Denied e un altalenante Math Rock e tendenza sempre più violenta verso quella che è diventata la corrispondente del “pensiero unico” in un certo tipo di Metal; il Djent.
Con un’idea di base che sembrerebbe dire che sperimentazione, cambi di ritmica e ibridazione vogliano dire progredire e fare qualcosa di innovativo, qualcosa di nuovo.

Viene da paragonare questo disco a ‘Bantam to Behemoth‘ dei Birds and Buildings, un disco del 2008.
Grandi capacità tecniche, buoni spunti strumentali ma una lontananza dal bersaglio che forse non da giustizia al lavoro.
Tutto va a sfociare in una “Volgare dimostrazione di potenza”, per citare qualcuno.
Lo si capisce dalla prima traccia, ‘Mirror’, con bei riff poderosi e buoni spunti ritmici che vanno a sfociare in un melodico che però non afferra totalmente una concretezza.
Ciò è dimostrato anche dal successivo cambio, l’ennesimo, in una ipotetica violenza in breakdown e growl che dovrebbe spaccare il pezzo.
Non lo fa perché non è contestualizzata.
Sta li per intuizione e non regge bene quello che è il contesto del pezzo.

‘Nothing‘, il secondo pezzo, ricorda un po’ gli ultimi Anathema, mentre dopo un intermezzo silenzioso si passa ad ‘After the Mutiny‘, che si apre con un riff che ricorda ‘The Sound of Perseverance’ dei Death.

Poi tutto si blocca e si torna agli Anathema con stacchi Djent che fanno l’occhiolino ad alcune tensioni verso il senso melodico degli Opeth.
Un’enorme fetta di Metal moderno racchiusa in un brano.
Sta tutto qui.

‘Tangled’, la quinta traccia, ne è l’ennesima prova.
Sembra di ascoltare i Nightwish (quelli della Olzen, sia ben chiaro) spinti all’estremo verso i Lacuna Coil.
Non si sta ascoltando che un riproporre linee vocali già fossilizzatesi nell’immaginario collettivo della scena.

L’ultima traccia, ‘Sane Man‘, ha forse qualche spunto interessante in più e sicuramente conferma le ottime capacità strumentali del quintetto milanese, ma rimane comunque chiusa in quell’ossessione nel ricercare sempre nuovi cambi, nuovi stacchi e nuovi orizzonti, un’ossessione che forse si ha quando l’idea di base proprio non c’è e comunque non funziona.
Il riff principale che poi si va a buttare in un timido inserimento di growl è una buona idea, ma non è sviluppata, rimane un’intuizione che fa soltanto ben sperare.

C’è forse da constatare una cosa, senza nulla togliere alla voglia e al coraggio di metterci la faccia di chiunque abbia a che fare con questo mondo.
C’è da constatare il fatto che un linguaggio così variegato come quello del Metal oggi abbia voce soltanto nell’ibridarsi e non nel rendersi libero.
L’omologazione alla differenza è la peggiore tragedia di tutte e questo potrebbe esserne un esempio per alcuni tratti, nonostante sia comunque da notare la spiccata capacità intuitiva del quintetto che ha comunque un suo piccolo spazio e se lo è saputo gestire.

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