Indimenticabile ‘BONZO’, 70 candeline per il leggendario batterista

Una fine difficile da sopportare, un’età troppo bassa per averci lasciato, un mito che resiste nel tempo.

A pensarci, che John Henry Bonham, che oggi avrebbe festeggiato 70 anni tondi tondi, se ne possa essere andato a 32 anni appena fa male. Giovane, giovanissimo, eppure quanto bastava per lasciare un’impronta fondamentale nella storia della musica. Non è banale dirlo: ‘Bonzo’ la storia l’ha fatta sul serio, il suo modo di suonare la batteria non ha avuto uguali, neanche qualcuno che si fosse avvicinato a lui.

La sua potenza, i suoi assoli sono stati i suoi marchi di fabbrica: “Suonava così forte che finiva sempre per venire cacciato dai pub nei quali si esibiva”, diceva di lui il chitarrista Toni Iommi, un altro che di musica e potenza se ne intendeva. Indimenticabile la sua batteria in pezzi storici come Moby dick ma anche HeartbreakerHow many more timesOut on the tilesCommunication breakdownWhole lotta loveRock and roll.

John era nato a Redditch il 31 maggio 1948. Che sul suo destino ci fosse la batteria era chiaro da subito. A 5 anni, infatti, desiderava già una batteria, iniziò con un piccolo ‘kit’ fatto di lattine di caffè, imitando i suoi idoli Buddy Rich e Gene Krupa. A 10 anni sua madre Joan gli regalò il suo primo rullante. A 15 anni suo padre gli regalò un drum kit. Bonham non prese nessuna lezione di batteria, si limitò a chiedere consiglio ad altri batteristi della sua città. Nel 1964 terminata la scuola andò a lavorare con suo padre come falegname apprendista e suonava in varie band locali. Nello stesso anno Bonham entrò a far parte di una band semi-professionale chiamata Terry Webb and the Spiders, e nello stesso periodo incontrò la sua futura moglie Pat Phillips. Entrò a fare parte anche in band come The Nicky James Movement e The Senators (che ebbe anche un discreto successo col singolo She’s a Mod). E così divenne un batterista a tempo pieno. Entrò a far parte dei Crawling King Snakes, con un giovane Robert Plant al microfono. Bonzo e Plant divennero amici e non persero i contatti anche dopo che la band si sciolse, così nel 1968 venne invitato nella nuova band di Plant chiamata Band Of Joy e lui accettò.

Paradossalmente Bonham incontrò difficoltà nella sua carriera da batterista, veniva inevitabilmente ritenuto troppo rumoroso, e per un periodo i locali della sua zona giunsero addirittura a non far suonare “gruppi che avessero John Bonham alla batteria”.

Bonham trascorse tutti gli anni settanta vivendo di eccessi. All’inizio della carriera, John era talmente mansueto da venire soprannominato “Bonzo” come il cane di un cartone animato; il lavoro con gli Zeppelin lo costrinse a vivere lontano dalla famiglia, che amava profondamente, e questo provocò in lui un vero shock, perché da ragazzo della campagna inglese quale era, si ritrovò a essere una superstar acclamata da milioni di persone, perennemente in viaggio lontano da casa.


In particolare, fu per lui un duro colpo l’anno in cui gli Zeppelin si trasferirono in esilio fiscale negli Stati Uniti a causa delle leggi economiche inglesi. E poi in poco tempo peggiorò il problema di Bonham con gli alcolici.

con risvolti a cavallo tra il tragico e il comico. I roadies e gli stessi membri del gruppo raccontano che, una volta ubriaco, il batterista era preda di violenti cambiamenti di personalità al punto da guadagnarsi il soprannome The Beast (La Bestia).

Bonham non era solito rendersi protagonista di particolari danni, quando andava da solo per locali, dopo i concerti, semplicemente si sedeva a bere.

Il 25 settembre del 1980, nel periodo in cui i Led Zeppelin stavano progettando il ritorno sulla scena, si recò, più ubriaco del solito, nella villa di Page a Windsor per le prove, durante le quali continuò a bere. Essendo troppo alterato per continuare a suonare, venne trasportato in una stanza e lasciato là a dormire. Benji LeFevre (che aveva rimpiazzato Richard Cole come manager del tour dei Led Zeppelin) e John Paul Jones lo ritrovarono morto la mattina successiva, soffocato dal suo stesso vomito.

“Desideriamo rendere noto che la perdita del nostro caro amico e il profondo senso di rispetto che nutriamo verso la sua famiglia ci hanno portato a decidere — in piena armonia tra noi e il nostro manager — che non possiamo più continuare come eravamo”. Fu con questo comunicato, dopo la morte di Bonzo, che il resto della band decise di mettere la parola fine sull’incredibile, inimitabile storia dei Led Zeppelin.

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