‘SIMPLY’ di HORUS BLACK: tra ELVIS, NICK CAVE e HOLLYWOOD – RECENSIONE

‘Simply‘ di Horus Black è l’incontro definitivo di qualcosa che non avrebbe potuto mai incontrarsi se non in un contesto in cui la scrittura musicale e la sconfinata ricerca di sonorità suadenti e rinnovate dal loro retaggio storico sono incastrate perfettamente.

Tra richiami ad un Elvis che c’è e non c’è e un non troppo nascosto sentimento Punk si sviluppa il lavoro del cantautore genovese.
Parlarne vuol dire scoprire pezzo per pezzo i dettagli di un mosaico che si fa largo in un panorama musicale che non sempre è in grado di guardare al passato con occhio attento e proiettato al domani.
Questo è esattamente il caso che rinnega l’abitudine.

‘Simply’
è la prima traccia e anche la title track, un pezzo deciso e dolce, una tastiera impercettibile che accompagna una strofa che si vorrebbe continuasse all’infinito, nostalgica, cantata profondamente dalla voce rotonda di Black che si apre ad un ritornello che difficilmente viene dimenticato anche solo dopo il primo ascolto.
Una traccia che deve aprire un disco così, una scelta anche logistica che funziona e presenta in maniera esemplare un lavoro che non fa passi falsi perché non se ne da neanche il tempo.
C’è tanto Elvis e ci sono tanti anni ottanta, sopratutto nel bridge; una bella trovata.
La seconda traccia è ‘We are alone tonight’, più spinta, nel basso che si prende tutta la scena iniziale e poi la batteria e la voce che subito diventa graffiante.

Un altro mondo dal primo impatto, un mondo più vicino al Garage e più vicino ad oggi.
Ma non è abbastanza per descrivere tutto, non abbastanza per parlare del ritornello, che ancora una volta si dimostra capace di una prepotenza invidiabile.
Poi, tutto ad un tratto, Nick Cave si presenta con la sua malinconia in ‘Lonely Melody’.
Sembra di sentirla la voce malaticcia del genio australiano, una straziante cantilena aliena completamente dall’ascolto e da ogni categorizzazione che non sia quella della meraviglia.
Se deve essere solitaria questa melodia, è bene che lo sia e che viaggi da sola, nella sua lentezza e nelle sue mille diramazioni sonore, tra le tastiere che reggono il tutto e le chitarre che a mala pena si sentono ma che se non ci fossero si sentirebbero ancora di più, nella loro mancanza.

‘I know that you want’ è il quarto pezzo ed è un bel Pop giocoso che sa di Soul e ancora una volta di anni ottanta.
Testi semplici e arrangiamenti da antologia nella loro compostezza e coscienza dello spazio.
Tutto rientra dove dovrebbe stare, anche il solo di chitarra che precede l’ultimo ritornello; breve, chiaro e soddisfacente.
Sembra di ascoltare le grandi big band dove ognuno sa esattamente ciò che deve fare e non un cantautore emergente, non le intenzioni solitarie di una mente ma una mente collettiva che non sa cosa sia l’improvvisazione.

Poi ‘Sophie‘, la quinta traccia. Ai più dira subito “Hit The Road Jack”, con quell’introduzione pianistica chiaramente di quello stampo.
In realtà è semplicemente un atipico Rockabilly che da un lato butta l’occhio al Rock’n’Roll classico e dall’altro si tinge di nero con accenni Swing.
Bel pezzo, con un titolo che è un nome di donna; un titolo che non può mancare in un disco del genere.
Poi c’è ‘The March of Hope’ e si torna ai temi quasi orchestrali, a delle belle aperture sonore di tastiera che danno il via agli sconfinamenti vocali che meritano solo applausi.
E’ tutto ciò che potrebbe essere definito classico, però inserito con cognizione di causa in una situazione nuova, rischiosa a tratti, ma che provoca sempre l’effetto desiderato, sempre di più.
Il classico si ripete ancora una volta con ‘Miss Candy’, il pezzo più tradizionale del disco.
A tratti sembra di ascoltare il primo Willie Nelson degli anni cinquanta con un pezzo come ‘Last Letter’ o uno dei campioni del bel canto Country.
Ci hanno provato in tanti negli ultimi anni a scimmiottare la tradizione e le ugole delicate, ma questo è uno degli esperimenti meglio riusciti e meriterebbe molta visibilità, meriterebbe di essere discusso e ascoltato in maniera assidua e producente.

Anche per cose come ‘Cock a doodle doo’, un altro pezzo che non può mancare in un disco simile, un Rock’n’Roll che pretende solo di essere ballato e non di insegnare qualcosa a qualcuno, e in fin dei conti è un po’ questo il senso dell’intero lavoro; essere ascoltato senza pretese.
Il lavoro d’ora in poi deve farlo l’ascoltatore, Black l’ha già abbondantemente fatto.
‘In my bed’, la penultima traccia, è un’altra ballata commovente, lenta e romantica al punto giusto.
Linee vocali originali ma che rispettano delle regole, che rispettano dei rigidi canoni di tradizione che non possono essere liquidati se si decide di fare qualcosa di simile.

Verrebbe da accostare, salendo un po’ con gli anni fino a quelli più recenti, il gusto di Black a quello degli svedesi Weeping Willows, al limite tra la malinconia di Cave, il bel canto statunitense e il gusto per le orchestrazioni da colonna sonora Hollywodiana.
Un po’ questo dice tutto il lavoro, e la nona traccia sembra dirlo con ancora più vigore e importanza.

Il disco si chiude con qualcosa di inaspettato; un arpeggio di chitarra fortemente tremolata da il via a ‘We Can’t go on this way’.
Davvero qui tutto sembra viaggiare verso altri orizzonti, sembra cambiare completamente rotta e dire per davvero che non si può continuare così.
Un pezzo che un po’ sa di psichedelia, forse di Doors, ma che nella sua estraneità si inserisce comunque nel contesto, in qualche modo.
Così come la traccia di apertura risulta essere perfetta nel suolo ruolo di ultimo della fila, di commiato. Sa chiudere un disco difficile da chiudere perché difficile è smettere di ascoltarlo, smettere di ripresentarsi a lui la prima volta. Si darebbe qualcosa indietro per poter riascoltare per la prima volta

(Rom)

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