SLURP dei RADIOLONDRA: l’indie che merita – RECENSIONE

‘Slurp’, l’ultimo album dei Radiolondra, è un disco che non va preso troppo sul serio. Questo non significa che non lo sia o che non abbia da dire qualcosa o che non lo sappia dire; tutt’altro. E’ giocoso e nostalgico, diretto e semplice nel suo linguaggio vago che non tenta di sovraccaricare le parole ed i testi, che rimangono, nel loro essere dialoghi e monologhi, delle scariche di sincerità senza filtri che ondeggiano tra tastiere, synth e melodie puramente Pop.
Una mosca che si poggia su di un cono gelato, è questa la copertina del disco.

Aldlà delle metafore, delle interpretazioni e del lavoro visivo proposto da Finnanofenno, questo vuol dire qualcosa; quella mosca vuol dire qualcosa.
Forse è necessario ascoltare il disco per capirlo e iniziare dalla prima traccia, ‘Come Una Volta’.
Un bel pezzo, spaccato a metà tra Fossati e l’Indie odierno, tra strofa e ritornello che parlano lingue diverse ma si incontrano in maniera elegante.
Un pezzo lento, quasi parlato, che arriva dritto ai ricordi.
Tutto ruota attorno a quel come una volta, che non è dato sapere quando esattamente sia stato o quando potrebbe tornare.
Lascia una speranza, lascia vie aperte.
Un pezzo onesto, chiaro nel suo voler emozionare dichiaratamente e questo è un bene, quando è fatto con questa delicatezza, senza prendere in giro. “Le cazzate fatte si possono rifare”, così recita un verso della canzone, che va a chiuderla sussurrato.

E forse è vero, così come è vero che se si possono rifare il disco continua ad andare avanti e riprende con ‘Puttane‘, la seconda traccia.
Più leggera, da radio verrebbe da dire.
Ma il testo tradisce le sue stesse aspettative, quella sua leggerezza o somiglianza alle tante variabili dell’Indie italiano che spesso si concludono in un parlare di niente ma non saperlo fare. Qua non è chiaro di che si parli ma poco importa, se nell’indeterminatezza del suo scorrere, ogni parola lascia qualcosa.
Ritorna Bologna, come nella prima traccia; prima una sua campagna sperduta e ora il suo centro “e qualche mia cazzata”.
C’è una localizzazione, un contesto esposto e raccontato.

Questo è tanto di guadagnato. Così per la terza traccia, ‘Siamo in onda’. Un pezzo che non avrebbe bisogno di altro se non del suo ascolto e dell’accostamento tra il nome del gruppo ed il suo titolo.

Radiolondra porta le sue notizie a tutti, di nascosto, ancora oggi. E’ banale dire che sia il pezzo che forse si prende tutta la responsabilità di presentare il gruppo stesso, ma forse è esattamente questo il suo ruolo.
Un pezzo da un bel ritornello e di una bella costruzione melodica che non stanca e anzi, prende subito il suo posto meritato all’interno del lavoro.
‘Ognuno cammina’, la quarta traccia, ricorda subito un capolavoro della musica alternativa italiana che risponde al nome di Controvento di Giorgio Canali, nella sua apertura così delicata.

Poi è tutta un’altra storia ed è giusto così:“Ci vuole un Paese almeno per il gusto di andar via”. Ancora una volta, c’è qualcosa da leggere oltre le parole semplici che comunque arrivano, anche senza le riflessioni ed il tempo dedicatovi. Il contesto musicale è sempre lo stesso, un Indie Pop dalle venature Synth ben definite. Un po’ Battiato, se così la si vuole vedere.

Il quinto pezzo, ‘Quando sei abbronzata’, è un addio, forse senza destinatario.
Un’altra volta si rivanga tra i ricordi e le memorie e quest’ancora che potrebbe tornare e che sicuramente c’è già stato.
Tutto ciò non ha niente da invidiare alla quasi totalità del paradosso dell’Indie italiano che è diventata l’unica espressione accettata a livello commerciale da quelli che sono i primi ascoltatori; gli adolescenti. Questo disco forse vale molto di più di quello che dice.
Il singolo è ‘Camilla‘; il nome di donna tra i titoli non manca e questo è un clichè.

Ma va bene, va bene perché c’è leggerezza e non c’è pretenziosità, come in quel“chi se ne frega del sesso facciamolo adesso” o “è una tristezza del cazzo ma mi costringe a vedere cosa c’è in fondo al dolore”.Dicono qualcosa questi versi e lo dicono con una disarmante noncuranza della parete che separa musicista e ascoltatore, testo e interpretazione.
Tutti provano, prima o poi, un’utilissima tristezza del cazzo.
L’Indie dovrebbe fare questo; non arrampicarsi su dislocazioni di discorsi e collage vari, ma dire chiaro e puro qualcosa che possa arrivare.
Questo arriva.

‘Sulla luna’ è un pezzo che fa male, prende senza neanche chiedere la cortesia di avvertire e spedisce, come avrebbe detto Piero Ciampi a riguardo della vita.
Un po’ così, con quella violenza necessaria che ti fa pensare a ciò che stai cercando di evitare, che te lo mette in faccia.

Dovrebbe dire tutto e bastare per capire perché questo è un pezzo che fa male, che parla di un viaggio o di una lontananza, della distanza e del non poter tornare indietro.
I ricordi come la luna che ci sono e non ci sono, che puoi raggiungerli o no e questo cambia tanto e lascia l’amaro.
Tutto nella coesione di tastiere ed archi che si intrecciano e dipingono l’atmosfera delusa del brano, quasi sconfitta se la si ascolta fino in fondo.
Con ‘Certe volte’, l’ultimo pezzo, il disco si chiude con un incalzante chitarra riverberata che si lancia per dare una base al deserto del ritornello, allo spazio aperto che non viene mai riempito del tutto, con vocalizzi che riecheggiano ma che stanno per i fatti loro e sembrano dire lasciatemi “nel mio angolino buio in silenzio”.

La certezza è quella di ascoltare un disco onesto, fatto bene. Un lavoro che potrebbe tranquillamente stare nelle classifiche di vendita e nelle visualizzazioni su Internet.
Nulla glielo impedirebbe, se non il fatto di avere accanto a sé tanta concorrenza che ha trovato un modo meno sincero di parlare di tutto e di niente.

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