‘Fumara’ di UN GIORNO DI ORDINARIA FOLLIA è un’esplosione di rock – RECENSIONE

“Dammi una Colt 45 ti dipingo il muro a strisce”, così recita il primo verso di ‘Colt’ 45 di Un giorno di ordinaria follia, sesta traccia del disco ‘Fumara’.
Il lavoro è esattamente così; l’esplosione di una pistola che arriva dritta e lascia una profonda macchia, di quella a tinta unita, che non vanno via.
Questo è il disco, esattamente “un carrarmato di Rock”, per citare Il Teatro degli Orrori. Una propulsione di dinamiche taglienti, testi rudi, voce rozza e sincera e l’unico obbiettivo di spaccare tutto. Un disco compatto e senza prese in giro né diramazioni particolari.

In nove tracce si consuma ad una velocità impressionante tra chitarre perennemente distorte e riff massicci.
Difficile trovare dischi del genere nel panorama Rock italiano, con questa spregiudicata voglia di iniziare e finire in fretta e demolire qualsiasi alternativa al fare quello che si sta facendo e cioè puro e semplice Rock.
Viene da pensare ai Rats, pupilli del Ligabue che fu, per trovare un altro esempio di Rock italiano che non tenta sperimentazioni perché probabilmente non se ne fa proprio niente e nemmeno gli interessa.
Così si inizia con ‘Kreesto’, la prima traccia, in un riff che mette subito le cose in chiaro nell’andare a trovare la voce che recita: “Vuoi la ragione? No, voglio il torto.”

Ed è tutto qui, quasi lo si vede Michael Douglas che spacca a colpi di mazza da baseball il Market perché la lattina costa troppo, e che questo sia giusto o sbagliato poco conta, perché il risultato è comunque una deriva folle di qualcosa che già lo è.
Un testo, quello di ‘Kreesto’, che rimane subito impresso nel suo sapere che “siamo figli di puttana” e che “domani non arriva”.
Stesso discorso per ‘Ci vuole fegato’, la seconda traccia.
Altra mitragliata che non da neanche il tempo di rendersi conto di aver iniziato ad ascoltare un altro pezzo: “Ci vuole fegato e resistenza al tasso alcolico”.

Così dice il testo, e forse ce ne vuole ancora di più per reggere le botte che continuano ad arrivare con la terza traccia che dice tutto nel suo chiamarsi ‘Spaccaossa’.
Poi c’è ‘Brus’, che è atipica nel contesto. Sempre lanciata contro tutto ma con un breakdown nel ritornello che stacca per qualche istante la spina.

Poi si torna a macinare chilometri con ‘Louis Vuitton’ e ‘Colt 45’, forse il simbolo stesso del disco intero. Una fucilata, con quella apertura che stende, che diventa subito iconica e non ha bisogno di giustificazioni.
‘1 / 2 di me’ è la settima traccia e anche qui ci si rilassa un attimo, sempre tenendo bene a mente la capacità di contestualizzare e sapere pesare le parole.
Ci si rilassa vuol dire che si va a cento e non a centoventi; chiaro.

E infatti ‘Cooper’, la penultima traccia torna ad essere il classico martello pneumatico che da i colori ad un disco di una forza letteralmente esplosiva.
Ed è giusto che si finisca con ‘Lunga vita al Dio del R’n’R’, ultima traccia; non poteva non andare così. “E’ solo Rock’n’Roll” e vengono in mente Rolling Stones e la voce di Ronnie James Dio che nei Rainbow spara Long Live Rock’n’Roll alle stelle.
Tutto nella norma, tutto come un’ordinaria giornata di follia.

(Rom)

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