‘Paratechnicolor’ è il disco d’esordio dei NOIR & DIRTY CRAYONS – RECENSIONE

‘Paratechnicolor’ è il primo disco dei Noir & Dirty Crayons, gruppo bergamasco che oscilla tra un synth-pop spinto, delle venature più che melodiche e un sentore di Rock che trova sfogo nelle distorsioni lunghe di chitarre che spesso accompagnano i ritornelli.

Un gruppo al suo primo lavoro che decide di fare un disco del genere è un gruppo che ha bene in mente ciò che vuole e sopratutto i rischi che comporta il fare ciò che si vuole, perché è così che si sviluppa il disco, già dalla prima traccia che è ‘Paratechnicolor’, allegra canzoncina che si presenta così ma non è sufficiente e quindi c’è anche il testo e il testo è in grado di dire anche cose come “Vai a farti fottere io me ne torno a vivere in Paratechnicolor”.

Un po’ così potrebbe essere riassunto il disco, che dice delle cose e si pone dall’altra parte del muro, trovando il suo posto nel contrario di tante altre cose.
E’ vero che il primo accostamento che verrebbe da fare sono i Subsonica, ma forse è troppo presto per un gruppo al primo lavoro in studio, forse non è ancora il caso di affermazioni simili.

Sta di fatto che le somiglianze ci sono è ‘Fuzz’, la seconda traccia, si va ad allineare alla prima, con i synth sempre presenti, la chitarra che esplode nel ritornello e qualche venatura al limite del Funky che si distingue.
Testo un’altra volta semplice e distintivo.
Più interessante è già la terza traccia, ‘Autodafè’, che si apre con un bel riff distorto che promette qualcosa di diverso e infatti va più o meno così, anche nel ritornello, tastiere che costruiscono un ponte tra le chitarre e i cori che reggono la voce che continua a ripete: “Faccio un autodafè”.

E come recita il ritornello, questo autodafè ha un obbiettivo. Fanno da sé i quattro bergamaschi e lo ripetono senza problemi.
Cosa questo poi voglia dire per adesso non ci è dato saperlo, pare. ‘Voci‘ è il quarto pezzo ed è un pezzo aperto, disteso; un lento progredire di accordi riverberati e synth che poi si congiungono in un bel ritornello, pesante da ascoltare, sopratutto per quanto riguarda il testo che continua ad invocare aiuto e spiazza, dopo tre tracce relativamente allegre.
E’ giusto accennare al Punk parlando di questo lavoro perché ci sono passaggi che ricordano e modi di scrivere che hanno a che vedere, ma prima di tutto c’è l’atteggiamento e su quello non si discute.

L’atteggiamento musicale, si intende, che si dimostra tale nella quinta traccia, ‘Sono ancora vivo’, un bel pezzo di Rock che va sincopato senza fermarsi, una chiarra in palm muting e poi il ritornello che è sempre Pop ed è sempre orecchiabile.
Un pezzo anomalo all’interno del disco ma che funziona, tutto sommato.

‘Divano Revolution’ è la sesta traccia e ha dei bei riff che sanno un po’ di Stoner, se ci si può azzardare.
Interessante il testo, che si apre con un riferimento ai talent e potrebbe diventare qualcosa di molto forte ma poi si traduce in una sequenza di luoghi comuni che partono proprio dallo stare sul divano a fare la rivoluzione scrivendo su Facebook.
Forse il testo si poteva sviluppare meglio, ma la parte strumentale rimane una bella trovata.

Poi la settima traccia è ancora una volta sviluppata sul binomio tastiere – chitarra distorta, e funziona perché sa creare la tensione necessaria per poter strutturare un pezzo del genere.
Il fatto che il pezzo si chiami ‘Dammi tempo’ fa sorridere perché effettivamente nel corso del disco si trovano miglioramenti e sviluppi interessanti nei pezzi, rispetto ai primi due o tre, ed è importante avere la pazienza di ascoltare, sopratutto i gruppi piccoli e sconosciuti.

‘Fuck!’
è l’ottava traccia che probabilmente, a livello di testo, arriva a fare ciò che non era riuscito con ‘Divano Revolution’, cioè una provocazione bella e buona, forte e ironica, il tutto condito da dei bei riff e uno stacco Reggae a metà pezzo inserito in maniera esemplare che risulta non stonare per nulla. Un bel pezzo che potrebbe tranquillamente passare in radio e non sfigurare.
Ma l’ultima traccia,Terra’, è un discorso a parte. Una ballata, prima in tutto il lavoro. Delle aperture pianistiche interessanti che spennellano malinconia su di una tavolozza proprio in ‘Paratechnicolor’. 

Da il senso della distanza con una semplicità disarmante e quasi commovente; sicuramente il pezzo più bello dell’intero disco, con un solo di chitarra che la dice lunga su chi sta dietro gli strumenti.
Costruzione perfetta delle armonizzazioni e degli incroci tra archi, voce e chitarre.
Il pianoforte è sempre li, che continua a dipingere la chiusura di un disco che per essere una prima uscita ha fatto già tanto.

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