‘MILANO’ dei LARA GROOVE e i richiami alla black music – RECENSIONE

‘Milano’ è il secondo EP dei milanesi Lara Groove, gruppo che dalla musica nera prende praticamente tutto: dal Soul della voce solista femminile, al Rap del controcanto maschile, ai frequenti Scratch fino agli arrangiamenti tipicamente Funky e venature Jazz che si riscontrano in più di una occasione. Il tutto è il quadro di una Milano raccontata con una voce nuova e carica di nostalgia, sembra udire.

Una Milano che non esiste se non con le storie raccontate che vengono filtrate dai palazzi, dal grigiore del cielo e dai ricordi, storie che riguardano un po’ tutti.
In cinque tracce il risultato è questo e non è da buttare via, anzi.

Dalla prima traccia, ‘Biglietti’, si capisce quale sia il valore effettivo dei sei milanesi, da quell’intro chitarristico che dall’arabeggiante riesce a passare in pochi istanti a un Funky che da il senso dell’intero pezzo, che passerà poi al Rap e ad incroci di tastiere Fusion per poi ritornare al Funky.
Un bel pezzo malinconico, dal testo abbastanza esplicito che parla di biglietti come di distanze, forse biglietti per andare via proprio da Milano, che è sempre presente.

Tanto di più nella seconda traccia che si chiama proprio ‘Milano‘ ed esordisce con scorribande di tastiera per poi partire con il Rap, che fa ciò che dovrebbe fare sempre; raccontare una storia.
Si racconta una storia semplice in cui viene capovolta la dicotomia tra voce femminile e maschile, che questa volta si prende una fetta più grossa di spazio e di tempo.
Ha molto a che vedere con gli anni novanta tutto ciò, le tipiche sonorità della scuola Hip Hop che incontra tutto ciò che le ha sempre ruotato attorno.
Somiglia molto ad un altro EP del genere, Ahnuma, uscito nel 2017, lavoro dell’australiana Mariam Sawires,
Sonorità molto simili e tendenza a districarsi in tutta la black music.

Il finale di ‘Milano’ lo testimonia perfettamente nel crescendo che quasi colpisce e poi torna ad essere quieto per poi svanire.
In ‘Non ci sono scuse’, terza traccia, si torna a viaggiare sugli anni novanta e sul Rap.
Da dire c’è comunque una cosa, ed è il fatto che la voce femminile riesca ad essere incisiva e coerente al contesto musicale pur non essendo assolutamente una voce nera, anzi.

Ma nell’insistere delle sonorità Hip Hop, che comunque prevalgono in tutto il disco, la voce pulita e innocente sta al suo posto e fa il suo dovere.
Retto tutto da intuizioni tastieristiche da non sottovalutare si procede alla quarta traccia, ‘Ti ho vista’, che si apre da marcia e poi è tutt’altro, risultando essere forse il pezzo effettivamente Pop del lavoro, anche se ci sono delle aperture interessanti sopratutto nel ritornello, anomalo, quasi sembra fare l’occhiolino a un non meglio identificato Prog Rock.
Potrebbe tranquillamente essere così, in certi stacchi e in alcune successioni ritmiche.

mLo conferma l’ultimo pezzo
, ‘Tutto quello che so’, e lo conferma in maniera molto chiara e d’ottima fattura, ed è sempre la tastiera a dettare legge e dirigere tutto.
Il grido iniziale e poi una strofa lenta, oscura, che si sa gestire lo spazio e continua finché il riff di chitarra non entra e le tastiere cambiano tutto e poi un’altra volta ancora, nel rientro Hip Hop di metà pezzo che poi va a concluderlo lasciando l’ultimo spazio ad un altro ritornello.
Nel complesso è una presentazione ottima del gruppo, che si definisce e allo stesso tempo confonde e lascia aperte varie strade per i successivi lavori, date le capacità strumentali e l’inventiva che agisce sulla stesura dei pezzi.
Un lavoro che sconfina in luoghi sicuri e conosciuti e che sempre riesce a tornare in carreggiata.

(Rom)

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