‘Medicine Show’ dei BRAIN DISTILLERS CORPORATION – RECENSIONE

‘Medicine Show’ dei Brain Distillers Corporation è un disco che va bene per chi vuole avere una boccata d’aria viziata da degli anni novanta che si sono forzatamente sradicati da se stessi.

In uno scatolone che contiene undici brani (dieci, se non si tiene conto della cover di Man in The Box) , ci si ritrova a frugare tra uno spiccato senso del vocale che getta un occhio da un lato a Zakk Wylde e, sapientemente, dall’altro a Chris Cornell, in arrangiamenti prettamente da Alice in Chains ma che scadono nei ritornelli Post Grunge che a tratti ricordano i Bush e tengono riff comunque sempre massicci e prepotenti, tali da portare un’altra volta alla mente i BLS e il loro leader barbuto.

E’ un disco tutto sommato godibile, non originale ma sicuramente pensato e registrato in maniera più che degna.

C’è inoltre da ammettere il fatto che risulta essere molto difficile riuscire ad individuare una caratteristica peculiare del gruppo o una novità introdotta o anche solo un suono o un’idea che riesca a definirlo o perlomeno ad identificarlo nel calderone pazzesco che sono stati e continuano ad essere gli anni novanta, nonostante ormai siano finiti da un bel pezzo con buona pace dei nostalgici.

Il discorso dovrebbe essere il solito; lasciare le cose al proprio tempo.
Non è sempre così, ed i revival sono un azzardo che a volte va a buon segno ed altre invece risulta mangiarsi da sé.
Questo non è nessuno dei casi, forse perché non arriva proprio al punto e rimane uno spaccato di qualcosa che a malapena si intravede.

Dalla prima traccia, ‘Medicine Shows’, si capisce che in quel riff in palm muting che a tratti va su di giri e poi finisce in un ritornello che non può non ricordare i BLS, è costretta tutta quella retorica del Grunge che ha perso i suoi vestiti, che andava bene allora e forse neanche ovunque.

I ritornelli sono Pop, niente indica il contrario, come quello della seconda traccia, ‘Reaction’, che potrebbe anche prendere qualcosa dagli Alice in Chains, come quelli accordi lunghi e aperti che spaccano le ritmiche e lasciano inserire fraseggi di chitarra e vocalizzi pressoché inutili, ma arriva troppo nell’orecchio quella melodia che non è melodica ma è addolcita, sfibrata.

L’unico pezzo che effettivamente si staglia su tutto il resto è l’ottavo, ‘Nezara Viridula’, possente e disteso progredire di riff secchi e assoli che esplode in un bel ritornello dalle venature arabesche, quasi da Staind, se si può azzardare.
Un bel pezzo che viene portato all’estremo sul finale, che seguendo il riff principale lascia lo spazio  alle urla ben tirate che ripetono: “Nazara viridula”.
Un brano che rimane in testa e da un po’ più di coraggio a un disco che potrebbe averne da vendere ma che si rinchiude su se stesso e sulle prove ripetute di riff che non crescono mai.

La cover
di ‘Man in the Box’ ne è la dimostrazione.
Fatta comunque bene, perché sul livello strumentale non si discute per l’intero disco, rimane comunque in sordina e la cosa si nota sia nella cattiveria mancata nel ritornello e nei soli di chitarra deboli, che pur essendo fatti bene non si lasciano andare.
Stesso discorso vale per la voce, che a tratti sembra poter spaccare le montagne e a momenti si ricuce e si mette in un angolino in disparte.

Troppi tentativi di rendere sofisticato un qualcosa che dai Mudhoney ai Tad, passando per i più conosciuti come gli Alice in Chains, è nato per essere grezzo e sporco, magari suonato anche malaccio, ma questo è un aspetto secondario.

Questo non vuol dire che non si possano o non si debbano modificare le tradizioni: forse semplicemente vuol dire che è necessario, per portare avanti alcune idee musicali, avere più pugno nel tenersi saldi a dei pilastri e in caso buttarli giù e ricominciare da capo a costruirli.
Lodevole il tentativo da parte della band di sperimentare strizzando l’occhio agli anni ’90, ma forse l’intento poteva essere eseguito un po’ più approfonditamente.

(Rom)

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