‘Unplugged Against Violence’ delle WAV, il disco del cambiamento – RECENSIONE

Women Against Violence (W.A.V.) è un progetto musicale che affonda le proprie radici in un pretesto che va aldilà del musicale e ne espone le intenzioni nel chiaro titolo del disco; ‘Unplugged Against Violence‘.

Una raccolta di quattordici brani registrati da diciassette artiste italiane, unite nel voler denunciare la violenza ordinaria contro le donne. Un progetto benefico il cui ricavato andrà interamente al Centro Donna Padova, che si occupa delle vittime di violenza e stalking.

Una corale femminile che nell’immediatezza dell’acustico e delle voci flebili ma dirette, cerca di trovarsi uno spazio e di definire quello legittimo delle donne anche in campo musicale, un’affermazione di presenza e di potere che trova conferma in ogni pezzo, in ogni parola che si cristallizza nel mosaico che è il disco.

Sopratutto nel panorama italiano è difficile riuscire a trovare voci che sappiano esprimere una realtà e questo non riguarda soltanto il ruolo femminile nella musica; in un disco così si riesce ad intravedere la possibilità di un cambiamento o perlomeno una realtà differente che però esiste e ha un ruolo, per quanto marginale e sotterraneo.

Ci sono tracce che scavano duramente con le parole pesanti, come la seconda, ‘Quando odiavo Roma’, di Chiara Vidonis. Un riff di chitarra acustica ben definito, espressivo quanto basta per chiarire i suoi intenti.
Una voce delicata che ferisce con le parole: “Quando odiavo Roma, Roma eri tu / Quando amavo Roma già non c’eri più”.

E Roma è ben presente nell’ascoltatore, si definisce violenta in maniere differenti ma sempre chiare.
Una dichiarazione d’amore e di libertà, di rivalsa e presa di coscienza, come se si dovesse costruire un Impero da sé, come se l’intero disco fosse questa intenzione di andare oltre Roma e il suo ricordo, Roma e la sua immagine imponente.

Intima e diretta, come ‘Porcellana’, delicatissima negli arpeggi accennati di chitarra e nella voce di Chiara Patronella:“Piedi scalzi, anima bianca / Pianto rotto dal silenzio / Cenere e vino ed i ricordi sono voci nella stanza.”

Immagini di solitudine, di forza e di dolore, se così le si vuole intendere. Immagini cariche di prospettiva,di futuro, di immedesimazione in una bambola di porcellana che scopre la via al di fuori della scatola, nelle stelle che sconfiggono il buio, come recita un verso del pezzo.

Descrizione commovente di una vita precaria, di un’incertezza costante che impedisce tante mosse.
Ricorda Griffy il Bottaio, una delle poesie del monumentale capolavoro di Edgar Lee Masters, ovvero L’antologia di Spoon River.
Guardare oltre la botte per scoprire che c’è altro, che la vita non è la botte né sta nella botte, così come non sta nella scatola.
Altro pezzo di valore musicale e di potenza notevole.
Rimane sempre presente la tensione tra delicatezza e potenza, melodie infantili e interiori e veemenze Soul.

‘La Sposa
‘ è un altro pezzo degno di nota, un’orchestrazione armoniosa di pianoforte che lascia i brividi: “Sei la sposa da vegliare / Martire da consolare / Mani da legare con le mie”.

Un’altra volta immagini semplici, come un gesto che indica una strada o uno sguardo.
Una confidenzialità quasi umana che riescono ad avere i pezzi, come ‘Cadono nuvole’, pezzo difficile da ascoltare, doloroso nella sua confessione totale:“Tre, cinque, sei, sette volte che hai messo le mani su di me / sei, sette, otto, nove le cose che non si dimenticano perché”.

Si apre così, in un arpeggio di chitarra, una storia che come il pezzo stesso dice, racconta qualcosa che non si vuole più riascoltare, non si vuole più conoscere né vedere.
Ogni numero pronunciato si insinua come un tarlo nell’anima e la corrode, giustamente la infetta, per impedire di dimenticare.

Questo dovrebbe essere l’intento dell’intero disco, quello di raccontare un’unica storia, di esporsi e di fare presenza, di prendere una posizione.
Dire, con voce ferma, che c’è posto e va occupato con queste parole e soltanto con queste.
(Rom)

 

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