L’ipnosi di ‘Rebirth’ dei SUCK MY BLUES – RECENSIONE

Rebirth‘ dei Suck My Blues è una ipnosi non richiesta dalla quale non si scappa.
Un disco che non ha attributi e non ha un carattere ma si prende tutto l’interesse e l’attenzione dell’ascoltatore con il semplice fatto di essere ascoltato.

Sono dieci tracce che non si distinguono, tinte di colori spennellati su di una linea retta che prosegue senza incontrare intralci.
Dovrebbe essere Blues ma è poco importante, quando gli energici scatti elettronici mandano tutto su di un altro pianeta, come nella seconda traccia, ‘Hysteric and useless’, sincopata e sfuggente sintesi di riff di chitarra che blues lo sono per davvero e anni ottanta che sono tutto il resto, nella voce che sembra provenire da lontano e negli incastri di batteria.
Bel pezzo con un assolo di chitarra ben fatto e un ritornello martellante.

Ancora di più lo è ‘Madness’, il pezzo successivo; la hit che non ti dimentichi.
Pensi di averla già ascoltata perché un pezzo così non può non essere conosciuto e invece è la prima volta che la senti, in tutta la sua irriverente coerenza, che ancora una volta porta a intrecciarsi il caldo dei riff e il martello pneumatico dei bassi.
Non c’è niente di nuovo tra un pezzo e l’altro e niente di diverso, niente di inaspettato.

Un paradigma che si ripete per tutte le tracce, tra invocazioni Industrial che a tratti ricordano i Nine Inch Nails, una somiglianza vaga ai Muse e tanta capacità di scrivere ritornelli, come quello di ‘Jessy King’, quarta traccia che risulta essere la più concreta nell’immediato ascolto.

C’è poco da interpretare in quel riff zeppeliniano d’apertura e nella voce rauca che è davvero Blues, parola ripetuta svariate volte nel corso della canzone.
Blues e Rock’n’Roll d’attitudine pura che si rintracciano nei pezzi e poi si perdono, come sul finale della stessa ‘Jessy King’, che si prende il tempo di darsi un attimo di tregua con stacchi di accordi dalle venature jazz.

Tregua come quella di ‘Interstellar’, pezzo strumentale di sottofondo disteso accompagnato dalla voce cruda di Howlin Wolf che ti dice cos’è il Blues, come si dice ai bambini che quella è la presa di corrente e le dita non ce le devi infilare.
Per fare tutto questo ci devi infilare la mano, ed è esattamente così che questo disco si presenta e continua a portarsi avanti; come una scossa accidentale.
Uno dei momenti più belli del disco.

‘Burning’
, settima traccia, è un altro sincopato martellamento che tra archi che sembrano lampi nel loro apparire e sparire e un riff semplice, compie un disegno perfetto di erotismo musicale.
Sensuale ed ipnotico, un’altra volta spinto fino alle fondamenta della più pura attitudine Blues.

‘Solitary man’, la traccia successiva si eclissa per lasciare spazio a ‘Suck & Don’t stop’, penultima traccia.
Follia pura in ogni suo aspetto, divertente e sconclusionata, si potrebbe quasi definire il manifesto della stessa band“Suck my blues and please don’t stop”.

Non c’è altro da aggiungere se non un accenno alle progressioni di accordi che si innalzano per poi sprofondare nel finale di grande stile chitarristico.
Un modo come un altro per dire che fare musica è sopratutto prendersi la responsabile libertà di fare ogni cosa possibile.

Il disco si chiude con ‘Monday blues’, il più tradizionale blues che si potrebbe immaginare, annessi fischi e battiti di mani del pubblico, delle voci da bar che quasi si intravede tra il tavolo da biliardo ed il palchetto in fondo al locale.
Una chiusura di gran classe per un disco che sconvolge completamente ogni aspettativa nella sua chirurgica precisione d’intenti, per un disco che è puro godimento dall’inizio alla fine e non cambia di una virgola quello che ha già stabilito dall’inizio.

(Rom)

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