‘Non inizia bene neanche questo week-end’ di CLAUDIA CANTISANI – RECENSIONE

Inutilmente euforica, economicamente inaffidabile / Come in un classico del jazz, prendi quel lato di strada dove c’è il sole”. Così recita ‘Come in un classico del jazz’, sesta traccia di ‘Non inizia bene neanche questo week-end’ disco di Claudia Cantisani, un lavoro che risulta essere uno squarcio della vita quotidiana di un musicista.

A partire dal titolo, secco, un titolo che ribalta quello di un capolavoro di Tom Waits, ‘The heart of saturday night’, in cui ogni cosa si ferma e si lascia alle spalle le fatiche e le delusioni amare della settimana; ma poi non cambia niente.
Qui si mettono le mani avanti e lo si dice già in partenza che non cambierà niente e forse sarà pure peggio, ma lo si dice con una voglia di vivere che è propria soltanto di quelli che la musica la fanno e la vivono stando sul palco nei locali, di quelli che sanno cos’è la solitudine di fronte al pubblico.
Tutta la precarietà della condizione stessa del musicista racchiusa in quei versi sopracitati, che spaccano la malinconia a metà e ne tirano fuori il nocciolo, forse di speranza.
Ma così è alla fine, ed ascoltare questo disco confonde le idee e aiuta a capire.

Vocalmente e strumentalmente inattaccabile, inizia com’è giusto che sia, con la title track che racconta di un bar, il bancone e la pantomima del venerdì sera.

Carica di fiati e di un gusto swing mette subito le cose in chiaro e si slancia senza paura, come il primo passo dentro un locale sapendo che andrà a finire male o comunque molto tardi.
Come il barista che dà la Cedrata e non la Pina colada che si è chiesta, come si dice nel pezzo.
Si va a finire con le delusioni e allora torna la musica e torna con ‘Il mio vecchio coupè‘, che ricorda un po’ Fred Bongusto e la sua ‘Spaghetti a Detroit’.

‘Via vai’, la terza traccia, è straziante in ogni secondo di riproduzione.
Quando l’alcol inizia a salire e arriva la lentezza dei movimenti; esattamente come in una serata al bar, fatta d’intenzioni e di tentativi e soltanto di questi.“Un via vai di pensieri / come si stava meglio ieri” Perché se non c’è nostalgia, anche ingiustificata, non c’è il Jazz e non c’è il verbo.
Non c’è quello straordinario dono che è il sapersi rivolgere ad ogni cosa e ad ogni persona come se fosse l’ultima della vita, come se fosse davvero l’ultima occasione.

“Un babà che poi risulterà indigesto”, recita un verso de ‘L’entusiasta’, quarta traccia che spiega tutto in fretta.
Come ‘Il sociale e l’antisociale’ di Guccini, qui sono l’entusiasta e lo sfigato a prendersi idealmente a colpi; ma la verità è che lo stare al mondo è comunque indigesto.
Ciò che ci differenzia è la voglia di sforzarsi.


E questo lo dice bene la successivaCosì sarà’, con il suo lapidario “Les jeux sont fait”, e i ricordi se ne sono andati a farsi i fatti loro “sopra i tetti come i gatti nelle notti di paese”.
Esattamente ‘Come in un classico del jazz’, traccia seguente che va semplicemente ascoltata e non c’è altro da dire come il soffitto che si cita nel brano, perché ormai lo si è capito come vanno le cose se ci si sta dentro.

“Come un oblò contromano nel traffico / bazzico dentro questa bugia”. E’ consequenziale l’apertura di ‘Tramonti andati’, settima traccia, un paragone costante, perché si è sempre il come di qualcos’altro.
“Dicono che non conviene darsi alla malinconia”. Continua così il pezzo, perché c’è sempre qualcuno che ha qualcosa da dire, ed è vero che non convenga, ma è anche vero che senza ci fai poco e niente, sopratutto se hai davvero qualcosa da dire e non ce la fai a tenerla dentro.

Dimenticare il flamenco’ arriva subito dopo in tutta il suo complesso arrangiamento di una bellezza raraPer suonare il flamenco ci vuole almeno una nacchera / non può bastare una vongola e chi ci prova non ci riuscirà”. Come per dire che per continuare a vivere almeno uno sbaglio devi averlo commesso, almeno un rimorso devi averlo, così come per dimenticarlo.
Un’economia spietata che non è fatta per il Valzer, che tanto a tutti piace la delicatezza.
‘Ma il Flamenco no’, se non hai il fuoco dentro te lo puoi anche dimenticare, ma anche li non è per niente facile.

Perché ci vuole coraggio e ci vogliono lacrime per arrivare a quello che risulta essere ‘Un paradiso del Jazz’, l‘ultima traccia che va a chiudere un disco che è sofferto e richiede sofferenza nell’ascolto; per il vissuto, si intende.
All’istante va giù come “un gingerino alle dieci del mattino”.
Bello in ogni angolo, come lo è il locale che odi perché ci passi troppo tempo ma del quale non puoi fare a meno.

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