GIORGIO CANALI e ROSSO FUOCO – Undici canzoni di merda con la pioggia dentro – RECENSIONE

Il cinque Ottobre al Locomotiv di Bologna c’è tanta gente.
Giorgio Canali è fuori a fumare, lo vedi, sta li in mezzo a tutti gli altri come sempre e quasi non ci fai caso, quasi non lo distingui nemmeno.
Il nuovo disco è uscito da poche ore e forse qualcuno l’ha già ascoltato, molti altri sicuramente no.
Però sono li, alla prima data del tour di presentazione, perché tanto lo sanno che vanno a botta sicura con lui, lo sanno già.

La calca li fuori finisce e si entra dentro dove ne inizia un’altra, dove inizia quella vera, quella che si sta aspettando.
Luci basse, violacee, il grande telone che raffigura la copertina del disco e quella scritta che non lascia scampo; ‘Undici canzoni di merda con la pioggia dentro’.
Lo sai già che cosa stai per ascoltare, perché se sei li vuoi il diluvio, vuoi l’alluvione e l’annegamento, e quando parte ‘Radioattività’, prima traccia del disco, nessuno ha più il coraggio di esporsi, di dire qualcosa.
Una sentenza, nel rullante e nelle parole, che si può soltanto accettare. Il resto è bestemmie e testate al microfono, come sempre. Una bottiglia che passa da una mano all’altra sul palco e rumore, tanto rumore.
Il disco lo si suona tutto, con qualche accenno dovuto ai pezzi vecchi, quelli che tutti conoscono e che vogliono sentire, perché la verità è quella.
Ma alla fine decide lui, come quando di fare ‘Mostri sotto il letto‘ non ne ha nessuna voglia e allora si deve fare ‘Ci sarà’, ma va bene comunque.
Va bene perché lo sai che hai appena ascoltato un disco che è fuori dal comune, anche dalla normalità delirante alla quale Canali ha abituato in tutta la carriera.
E’ un’architettura spietata che si impone sulle vite di chiunque le si pari davanti.
Ogni verso si conficca nel cervello e se ne appropria; è una condanna alla vita più cruda, alla vergogna di avere una colpa costante che speravi o fingevi di avere dimenticato. ‘Radioattività’ ti dice esattamente le cose come stanno e non c’è punto di vista, c’è soltanto da tacere ed ascoltare: “Che ti aspetti se non nuvole da un mattino padano”. Il primo verso, le prime parole pronunciate con quella voce roca e l’accento romagnolo pesante. Non ti puoi aspettare altro che questo.
Una marcia lenta che va incontro alla verità, e la verità è che: “Tu pensi ancora a lei e non ti importa un cazzo della radioattività”.

Non te ne importa della folla in mezzo a cui ti nascondi e delle bufere del domani, dei discorsi e delle sparate su ogni cosa che è altra da te e che prova a corroderti.
Non c’è nulla che possa distrarre da quel pensiero fisso di lei, non le bombe né le ricerche della felicità altrui.
In fondo a tutto c’è la tua, che non avrai.

“E la tua felicità è durata solo un momento / perché lei è nata libera ed è libera come il vento. Un vento che sbatte le porte quando se ne va / lei se ne è andata via col vento e non tornerà, non tornerà.”

E si rimane così, a pensare a quella porta che s’è chiusa e a lei che se ne è andata.
Si rimane a pensare agli errori commessi e chissà se ce ne sono stati, ci si chiede.

Il disco pone le domande ma dà anche le risposte e così Messaggi a nessuno‘, risolve la faccenda in un chiaro: “Risbaglierò, come ho sempre fatto / non c’è nulla da fare anche al prossimo giro incasinerò tutto.”
Vorresti non crederci ma sai che andrà così, anche se la speranza c’è, perché per sbagliare ancora bisogna avere qualcosa tra le mani, che ci sarà e ci sarà sempre, perché se si sta ascoltando questo disco c’è un motivo e lo si sente fino in fondo e lo si sa cosa vuol dire: “Seguire le lucciole come fossero stelle”.

Ed è esattamente questo che si fa, nel continuare ad andare e a sbagliare, cercando di inventarsi sempre modi nuovi per allontanarsi dal fatto che si sta sprofondando in ogni ricordo andato a male sentendosi comunque in colpa e cercando di rimediare, in qualche modo: “E soffrirò del mio male minore / che il resto del mondo sta male davvero e quasi mai per amore”.

Perché comunque ci si è in mezzo a quella folla radioattiva che costringe all’impossibilità della solitudine, e anche se fa male più di ogni altra cosa, non lo si può dire davvero e fino in fondo; questo è il dramma. Ma quei tre minuti di canzone forse servono a legittimare il proprio dolore e farselo amico, che alla fine è l’unica soluzione, perlomeno nell’attesa che inizi a piovere di nuovo e da li non si può fuggire e non bastano le tettoie e gli ombrelli.
Piove; finalmente piove‘ è la liberazione dal dolore collettivo, dallo schifo che fa restare a guardare la malattia espandersi, la metastasi silenziosa delle banalità quotidiane:“Piove, finalmente piove / fanculo le mie scarpe nuove”.

Bisogna saperselo permettere di scrivere un verso simile e di fargli aprire una canzone, perché è immediato e strafottente, ma dietro quelle scarpe c’è un mondo che se non si può distruggere si può perlomeno rifiutare, ma rifiutarlo non basta e allora è a questo che serve la pioggia, a prendersela con tutto, perché alla fine è questo che succede. Piove su tutto come per D’Annunzio, e lo si nota anche dal fatto che la chitarra è un treno e i ritmi si alzano di livello, come la marea.
E’ la classica invettiva di Canali che non può mancare, la rabbia e l’ironia che prende a sberle: “Piove sugli interessi della nazione sui saldi di fine stagione /su mille spose fortunate, bagnate poi prese a legnate e sbattute in tivù”.

Lo si sa perfettamente di cosa si sta parlando, di quelle sfilate agghiaccianti degli affari degli altri, delle vite private e delle “vite in diretta” o di quel tentativo misero di avere una vita migliore o immaginarsela tale, espresso con un taglio geniale dalla “Legnano da bere” che è chiara come poche altre cose.

Nonostante la pioggia e l’invettiva che è un’arma per non farsi troppo male, la nostalgia torna a picchiare e si chiama ‘Estaate’.
Si tratta di scelte e di strade differenti da fare con il passato addosso come le chiocciole che si portano appresso la casa, sempre.
Un altro ricordo, un’altra storia molto probabilmente andata male o semplicemente finita perché è così che vanno le cose: “L’estate arriverà sì, lo so che tu odi l’estate /e poi non vuoi pensare a un maledetto amore di qualche estate fa”
E l’estate arriva come arrivano le cose nuove e le cose difficili, che è bello ed è importante fare e proprio per questo si cerca nell’incavo della memoria di trovare un riparo e di trovare la nebbia, perché d’estate si sta nudi e ci si espone troppo.
Ma c’è un monito che serve e che andrebbe sempre seguito “E un’onda ti porterà passioni ed emozioni nuove /ma no, non devi lasciare che si porti via l’amore di quell’estate là”.

E lo capisci da qui perché per presentarla, Canali, tra una bestemmia e l’altra al microfono dice “Questa è una canzone speciale per una persona speciale” , con quella dolcezza che sanno avere soltanto le persone schiette.
Anche andando avanti e facendo tanta strada non si deve lasciare che le cose belle svaniscano, che è la cosa più semplice e banale del mondo, ma se accade così tanto e se ci si sta male forse è perché lo si dimentica spesso ed è giusto che qualcuno lo ribadisca.

Come una medicina, torna l’invettiva e torna il fuoco con ‘Undici’, rabbiosa furia punk che si scaglia un’altra volta contro quella che potrebbe essere sintetizzata come imbecillità: “Gente molto ubbidiente, tutto ciò che gli si dice fa / non ha ancora imparato che l’indisciplina è una forma perfetta di libertà”
Ed è impossibile non pensare a ‘Depressione caspica’ dei C.S.I e alla voce salmodiante di Ferretti che recita:“La libertà è una forma di disciplina”
Si potrebbe parlarne per settimane intere di come i due estremi della musica italiana alternativa abbiano preso strade diverse dopo averne fatta così tanta insieme ma sarebbero i soliti discorsi su cui è giusto che cada la pioggia, e la pioggia questa volta è la canzone stessa e il suo testo che non risparmia nessuno e che culmina con una delle immagini più devastanti e fantasiose dell’intero lavoro: “Gente con 4G e un’ignoranza da Medioevo / John Lennon fatto saltare in aria dalle Brigate Rosse a Sarajevo”.

‘Emilia Parallela’ è la traccia seguente e anche qui non si può non pensare all’Emilia Paranoica dei CCCP, quella di: “Notti, dissolversi stupide sparire una ad una, / impotenti in un posto nuovo dell’ARCI”.
Quella di Canali ha rotto con la paranoia e con l’abitudine ed è una cascata di parole vuote e costruzione di miti per non sprofondare per l’ennesima volta nel tedio.“In un’Emilia paracula che erige monumenti ai suoi figli più cari / piove merda su Pavarotti, piccioni melofobi e vendicatori”.
Rabbia a secchiate intere, incessante come il fluire delle parole degli altri e “ogni cagata più banale” che viene ripetuta in maniera sistematica.
Aria fredda del nord arriva subito dopo e sembra che dica l’esatto opposto di quello che potrebbe cambiare con la rabbia e con la pioggia, in un “tempo che ignora il tempo, nostalgia su nostalgia”, una paralisi inguaribile della vita e della storia, che non impara da sé stessa se non nuovi modi per sbagliare.
Di una lucidità e di una chiarezza disarmante il testo e monotona la parte strumentale, quasi come a rinchiudervi dentro la paralisi stessa, una paralisi che colpisce ogni cosa ma che forse lascia intatto quello che è già andato, quello che ormai è bruciato.

‘Fuochi supplementari’, il singolo del disco, è un Salmo, una nenia che andrebbe imparata a memoria perché riguarda chiunque. Quel “accendi un fuoco” che si reitera senza tregua, che va bene per tutto, per ogni cosa andata bene o male; per quello che è successo senza poterci fare niente: “Accendi un fuoco per ogni vuoto lasciato per ogni abbraccio mancato / guardati attorno, c’è qualcosa che non sia incendiato?”
Tutto è andato, tutto è bruciato ma comunque il fuoco lo accendi, come luminare; un contrassegno che ricorda dove sei stato e che ricorda che comunque non cambierà niente anche se c’è sempre qualcosa di nuovo. “E non so nemmeno che giorno è ma son sicuro che sarà peggio di ieri / ecco, vedi, c’è il sole e piove sui miei pensieri. Forse un mondo migliore c’è ma di sicuro è da qualche altra parte / vivere felici è facile basta non essere me”.

Il ritornello è di una spietatezza unica, melodico e Pop come poche cose, ma nel lasciare mille porte aperte non ne consente l’accesso a nessuna.
In quella chiusa così semplice e definitiva sprofonda tutto il malumore, assorbito dalla certezza più prossima, da quella più vera, che le cose potrebbero andare molto meglio di così ma è qualcosa che comunque non mi riguarda, non sarà per me.

Come per riprendersi è necessaria un’altra volta la furia e la sprezzante ironia di ‘Danza della pioggia e del fuoco’, che parte già a mille con l’incalzante batteria di Luca Martelli che è un reattore nucleare instancabile:“Vai vai, molla il volante alza le mani fai vedere come balli / dai dai, scuoti quel culo pesante è a passo di danza che ci si schianta”.
Si apre così il pezzo, con la spettacolarizzazione del momento, del rischio e dell’ebbrezza nel fare qualcosa e doverlo far sapere, come in ‘Precipito’; la fotografia di uno schianto.

‘Mille non più di mille’ è la conseguenza logica di tutto ciò, una resa totale a quella che è la tragica realtà di “mille imbecilli che applaudono un altro imbecille”.
Una constatazione amara di quello che scorre sotto gli occhi e porta avanti le carcasse dei giorni, con il rimpianto di quello che avrebbe potuto essere e che non è mai stato: “Mille rivolte, mille pugni agitati / mille Vietnam che non ci sono mai stati”.

Il crollo definitivo di quello che era l’incendiaria 1,2,3,1000 Vietnam, dal primo disco “Che fine ha fatto Lazlotòz”.
Nella morsa degli anni che passano e della maturità che strozza pare che quel “et des pays ou tonton Sam n’à pas gagné la guerre” sia completamente crollato e che gli innumerevoli volti dello Zio Sam siano nelle sconfitte quotidiane come in quelle collettive, nel loro tentacolare espandersi e bloccare le uscite.

Ci si arriva a pezzi a questa realizzazione, ci si arriva dopo aver tentato e ritentato senza mai ottenere nulla e nella chiusura del disco, Mandate Bostik è una richiesta disperata a prendere forma, svuotata da ogni pretesa di riuscita
“Crocifisso al crocevia di un semaforo morto / resto qui a fissare il vuoto di questo deserto. Con il cuore in mille pezzi come un puzzle di cartone / anime gentili, prego, un piccolo aiuto per la riparazione/ Mandate bostik, tanto bostik all’indirizzo in sovraimpressione”.

Terrificante l’immagine della possibilità di ritrovarsi sul serio, mendicanti, a chiedere che venga dato un aiuto perché si è troppo a pezzi, perché da soli non si riesce neanche a reggersi in piedi e a fare un altro passo.
E’ la chiusura perfetta per un disco difficile da mandare giù, che sfonda completamente ogni difesa e scava con violenza fino al più oscuro dei fondali nel quale si cerca tutto il tempo di non inabissarsi perché sarebbe la fine.
Ma la fine, forse, è proprio quello che serve.

(Rom)

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