‘La vera storia du Pigeon Boiteaux’, il nuovo album dei CAUTERUCCIO – RECENSIONE

In una condensa delicata, che si dilata per dieci tracce offuscando l’ascolto con le sue intenzioni, ‘La vera storia du Pigeon Boiteaux’, album degli aretini Cauteruccio, risulta essere un lavoro chiaro negli intenti e nella realizzazione. Vario nel ricercare aperture strumentali, spesso orchestrali e di ampio valore che ha anche la capacità di distaccarsi dal Pop.

Dalla prima traccia,  ‘Il secondo momento migliore’, bella tirata nel basso iniziale, si capisce tanto. Venature al limite del Country e che tirano per le lunghe il ritornello, che continua a ripetere, senza tregua che: “Il secondo momento migliore è adesso”.

La seconda traccia, ‘25 Dicembre’, è un bel pezzo malinconico, pesante nel lamento che è il canto ed è il testo. Natale che arriva sempre e comunque e definisce qualcosa, definisce un trapasso o una rinascita e in questo caso una mancanza o una lontananza: “Senza te che ma Natale è?”

Un momento di raccoglimento totale nella solitudine alla quale si è costretti dal calendario e dalla vicinanza di tutti tranne di chi si vorrebbe avere accanto. Anche qui belle tastiere e un’atmosfera che già inizia a ricordare alcune cose, che si capiscono ancora di più  nella terza traccia, ‘Brutti‘, che se la prende con la solita questione del dover fare quel che non si vuole, ma alla fine ci si è costretti, più o meno.
Un mondo marcio del quale forse siamo i vermi che non si saziano mai.
A tratti si intravedono forse gli Zen Circus e forse i Diaframma, nei giri semplici di chitarra e nella scelta delle linee vocali.

Dopo ‘Sintetica‘, traccia muta, c’è ‘Amore sprecato‘, altra traccia di ricordi e nostalgia, che volge lo sguardo ad un passato che ancora vive  i giorni presenti, che non lascia andare e ha la presunzione di dare anche speranza.

Bel ritornello, come un’apertura alare, forse la stessa che si trova nel ritornello quando si spicca il volo con lei che chissà se mai vorrà.
‘Roma’ è la sesta traccia, aperta dolcemente da un arpeggio di acustica e da una voce che ricorda molto Bianconi dei Baustelle, nel timbro e nel distacco: “Lo sai vorrei sentirti piangere per poi toccare le tue lacrime”.

Se si ha la voglia e la sensibilità di capirlo, un verso del genere arriva fino in fondo e da un’immagine che si vorrebbe fosse tutto tranne che lontana.
Bei giri di pianoforte e un ritornello che rimane fermo nel suo punto e culla e lo sa fare; il più bel pezzo del disco senza ombra di dubbio.
Un incontro sottile tra sensazioni e visioni, tra il sentirsi perduti in qualcosa o qualcuno che non si conosce e volerci sprofondare fino a non conoscere più tutto il resto e i suoi tentacoli di storia.

‘This song’,
successiva, è un bell’esperimento gestito da bei giri di arpeggio e tastiere in sottofondo“Credi che non sia possibile colmare con le note i vuoti che ci lasciano le parole”.

Forse lo è, forse è possibile e il pezzo ci riesce, distogliendo l’attenzione dal contenuto che è chiaramente formale ma che dice molto più di quanto si potrebbe pensare.

‘Gli alberi’ è di costruzione beatlesiana sotto vari aspetti, sopratutto nel ritornello, ed è una riuscita macchia di colore che si spande in cui tutto sembra essere uguale, tra gli alberi e il vento e i ricordi che lasciano.

‘Insieme a te’, nona traccia, è un ruvido Blues dall’organo al riff di apertura che si schiude in un melodico ritornello che muta anche nel testo che parla ancora una volta di un addio e di una profonda mancanza.

Tutto si chiude con ‘Siamo; Sono; Sei’, in cui si definisce e ci si autodefinisce: “Dichiaratamente stronzi / Inevitabilmente succubi” nei duemila modi che si vanno a ricercare per gettarsi nel prossimo e nei prossimi giorni rischiando e finendo, spesso, a non fare nemmeno un passo o nel peggiore dei casi a farne soltanto a ritroso.
Una chiusura degna per un disco piacevole, con ottimi spunti strumentali e che tutto sommato si presenta in maniera più che degna.

(Rom)

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