‘Songs From The Rain’, di LUCA MC MIRTI – RECENSIONE

Tredici tracce oscure, spesse come la nebbia del Midwest o del Nebraska, calde come la voce di Luca Mc Mirti, che nel giro della musica c’è da tanto e sa quello che fa.

Una cristallina capacità di accostare la sua voce che è a metà tra Springsteen e Tom Waits a qualcosa di semplice negli arrangiamenti di chitarra acustica che sono diretti ma aprono orizzonti sempre diversi.
Da ‘Blame it on you’, che è la traccia di apertura, si capiscono già tante cose, nel giro Country e ripetitivo che incalza e va spedito e mostra bene quel punto di partenza che è sempre di sfida, tipico dei solitari e di quelli che cantano bene.

La seconda traccia ha lo stesso il suo perché; ‘Still the same’ è più allegra ma arriva bene anche nelle parole, come quando dice “don’t lose the train” che potrebbe voler dire qualsiasi cosa ma sai che alla fine vuol dire solo quello, vuol dire che ci devi tenere a te stesso, sempre.

Neil Young qui si sente e nella terza traccia, ‘Man of nothing’, si legge chiaro il volto di qualcuno che ci ha provato e forse è riuscito e nel parlare con chi ama, a cominciare dai figli, cerca di raccontarsi e di chiedere scusa e consigliare, ricordando un po’ il classicone che è ‘Simple Man’ dei Lynyrd Skynyrd.
Tutto per poi rivolgersi a Gesù, con voce sempre più roca e rotta forse dal pianto e dalla pioggia che vive dentro di lui.

Un giro semplice di chitarra acustica e un finale che mette i brividi, in quel coro armonizzato che si porta via la canzone: “Daughter I write this letter / I hope you keep it when you’re old”.
Ed è da queste piccole cose che capisci come sia scritto bene un disco o anche solo un pezzo, da una semplicità che se non dice sempre la verità, perlomeno ci tiene.
Così nella distensiva ‘Winterman’, un pianoforte lungo e dolce che si rassicura ancora di più con la voce secca e distante di Mc Mirti.



‘Devil’s waltz’
è la quinta traccia e con una certa stretta porta l’attenzione su altri versanti, di nuovo quelli della lotta e del solitario che si deve preservare dal mondo e dalla vita.
Bel ritmo sostenuto che cade a tratti in accordi che lasciano aperture infinite.
‘Jesus is not here’ è un altro pezzo semplice musicalmente ma che, forse per la voce o forse perché è così che funziona quando si parla dritti e ci si guarda negli occhi anche senza vedersi, commuove.

Perché è vero che parla proprio della fine di ogni speranza e di ogni altra via, ma rimane sempre l’emozione da provare nei ricordi o in una canzone, e questo è quello che accade ascoltando questo disco.
E la settima traccia,Town of ghosts’, ne è l’ennesima prova, in un altra distesa pianistica che lascia alle note il compito di parlare o forse di lasciar andare tutto e stare li ad attendere che la voce di McMirti faccia capolino: “Anyway I can’t stay here no more” e te lo dice con una chiarezza unica alla quale non puoi dire di no, perché forse ti senti pure tu così almeno un po’ anche se non lo vuoi dire.
Ma sai che è così.

Come sai che è difficile stare al mondo e starci a modo proprio: Keep the change’, la successiva, te lo dice in modo diretto.
Ci sarà sempre da pagare per fare di testa proprio e il resto se lo possono anche tenere, perché sarà bello soltanto poter andare avanti, e nella chitarra che si raggomitola in bei giri di maggiore questo si capisce.

Poi c’è ‘Song for T’, una commovente dedica a Tom Petty, scomparso poco più di un anno fa.
Difficile ascoltarla senza pensarci, che sia a Tom Petty o a chiunque, ma è difficile ascoltarla senza pensare che si è perso qualcosa per la strada e si continuerà a perderlo sempre, anche ciò che di più caro esiste.

Una volta accettato questo fatto, forse, si può pensare che il pianto abbia ragione d’esistere e sia bello così.
Forse il pezzo più bello del disco, per la carica emotiva e per gli accorgimenti melodici che nascono quando c’è qualcosa di importante da dire.
Una voce perfetta per un pezzo simile, quella di Mc Mirti.

La successivaThe Devil knows my name’ è un’altra volta il ritorno al classico del Country e di quella voce solitaria e rauca che lotta contro il mondo intero e lotta anche per l’amore, come si racconta in ‘House of cards’, che arriva subito dopo e si porta via tra gli accordi che scorrono come un treno o come il vento e il tempo che si porta via i bei momenti e lascia i bei ricordi.

‘Under the sun’ è un bel pezzo dalle venature più Blues e che arriva piano ma arriva fino in fondo, rimanendo sempre in penombra nei tocchi alle corde repentini e la mezza percussione che regge tutto.

Chiude il discoAll I’ve ever needed’, sofferta ballata al pianoforte che se da una botta all’inizio poi cambia e lascia il sole o almeno la sua possibilità.
Tutto per dire che si è cercato tanto per scoprire poi che“All I’ve ever needed is you”. Ed è bello che sia così, importante.

Un pezzo che chiude un disco di una bellezza rara, che è scarno ed è vero fino in fondo, come pochi ce ne sono.
Una voce che è molto di più di una voce e pochi accordi.
Ma una profondità abissale in ogni nota.

(Rom)

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