‘Dusk’ dei LIGHTPOLE: tra psichedelia e chiaroscuro dei suoni – RECENSIONE

Ci sono dischi che hanno il loro perché nella struttura compositiva e nella comprensione del modello utilizzato nella stesura e dischi che attirano perché messi su da capacità strumentali che sfociano nello stra-ordinario. Di dischi così ne è pieno il mondo e ne sono piene le tasche e le orecchie.

C’è sempre bisogno di qualcosa di diverso dall’aspettato e in qualche modo, seppur nel suo modo dignitoso e forse vagamente timido, Dusk dei Lightpole, riesce a dare sfogo a quella voglia di differenza che è necessaria in chi non si sa accontentare del bello ma vuole il misterioso che non concede risposte nonostante le innumerevoli domande poste.
Un disco così forse serviva.
Vengono in quattro, da Macerata, a disossare le sicurezze del più avido ascoltatore di dischi fuori dal quotidiano.
Perché si, anche questo lo è, ma non è semplice definirlo tale, cristallizzarlo in un concetto.

Questo è qualcosa che vale la pena di tenere a mente se ci si prende la briga di ascoltarlo.
E’ un percorso lento e ben definito nella totale perdita di coscienza che si svela dal momento in cui il tribale di The hucksters’ meal, la prima traccia, prende forma nella sezione ritmica e nei suoi mutamenti sonori di distorsioni profonde che esplodono come mine; soltanto al momento giusto, quando c’è una vittima da fare.
E che bello è poter essere quella vittima.

Tra una psichedelia che vuol dire tutto e niente e uno spiccato interesse per il chiaroscuro dei suoni va avanti il disco, che con The same old glory, si ritrova in un vorticoso giro di basso a riesumare addirittura quella che fu Aquarius, capolavoro del musical Hair.
Si ritorna indietro con gli anni ma non è questo il punto, cosa che si capisce da What you leave back, terza traccia più spinta delle altre che un po’ sa di Stoner e ricorda gruppi come i Naxatras e qualcosa di molto più arcaico ed essenziale.
Intelligenza nell’uso degli spazi e dei tempi che non è scontata e da una spinta in più ad ogni pezzo.

Anche in The founding fahter, traccia più movimentata e meno riflessiva, meno catartica, si rintracciano quei tentativi di trascinare l’ascoltatore in una cava profonda nella quale suono, immagine e distensione sono un tutt’uno.

Collapse, quinta traccia dalle tinte elettroniche è l’ennesima prova di quell’indefinibile che contraddistingue il lavoro, non tanto per lo spaziare da un genere all’altro, attitudine banale ed inflazionata che crea il falso mito della “mente aperta” per il semplice fatto di situarsi in piani differenti, ma per la corrosiva coerenza che si riscontra nell’andare avanti, nel non accorgersi del distacco tra una traccia e l’altra, come se tutto il disco fosse un unico masso piombato sopra l’ascoltatore infinite volte nella sua unicità di essere presente.
La traccia successiva è Samsara, spaventosa nel suo insinuarsi come un serpente a sonagli senza nemmeno lasciarsi intravedere, tra le dune del costrutto fino ad ora conosciuto.
Sinuosa e densa di calore e colore, tra il rossastro ed il grigio che si dividono il compito dell’ammutolimento, del trasporto costante e forzato, come il criceto nella ruota.

Così si prosegue con Euphelia, altrettanto audace e lontana talmente tanto dall’essere afferrata che nell’ascolto si perde l’attimo stesso della sua esperienza.

Quella batteria che cade quasi casualmente a rompere tastiere che ricordano A rainbow in carved air di Terry Riley, se con la fantasia si è capaci di giocarci.
Rullate e distorsioni come chiodi nel legno, a crocifiggere la pretesa di poterne capire qualcosa di un disco così, che ha voci Punk e ha accortezze che il Progressive più raffinato a volte lascia perdere per far posto al vezzo dell’arroganza.

Wakes, la penultima traccia, ricorda gli ultimi Anathema, in belle orchestrazioni tra pianoforte ed archi, sorrette da un cadenzato procedere di marcia che butta giù ogni opposizione.
Un intro che difficilmente va via e una costruzione dolce e delicata, propria soltanto di chi sa come utilizzare ogni secondo della propria immaginazione.

Si chiude tutto con Shadows, che sembra racchiudere il senso stesso dell’intero disco, nel suo essere sfuggente ed indefinito, come fosse davvero l’ombra di se stesso, come se fosse tale solo nel ricordo e nel lascito e non nel tentativo di una presa che comunque non andrebbe mai a buon fine: “We’re shadows

La sua apertura è chiara, chiara come l’allontanarsi del pezzo dalla chiarezza stessa, in un delirante procedere che sembra sintomo di The spirit of Eden dei Talk Talk, il progenitore di ogni follia contemporanea.
Un pezzo che chiude in maniera esemplare un disco degno d’essere ascoltato e contemplato con un semplice quanto chiaro e sincero: Va bene così”.

(Rom)

 

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