‘Jungleheart’, il nuovo EP di BRENT STEED – RECENSIONE

Jungleheart è il nuovo EP di Federico Sadocco, in arte Brent Steed.
Cantautore padovano, in sei tracce dalla durata legittima, dà quella che si potrebbe definire una visione introduttiva al suo lavoro.
Si incontrano stili e richiami differenti, alcuni più coerenti e solidi di altri.
Numerosi sono gli elementi strumentali che arricchiscono la produzione, dal sax al flauto traverso, rifinita da alcune collaborazioni.
Nella sua ristrettezza di mire è ad ogni modo un lavoro che si lascia andare, che scorre e non intoppa l’ascolto.

La prima traccia, Junglehart, di questo ne è la prova più lampante. Un attacco di una bella distorsione calda e subito la fisarmonica a rendere l’atmosfera familiare, più vicina. La strofa è lineare come in un classico degli anni novanta, ma la vera sorpresa è il ritornello, ottimo nel senso della melodia e nelle sue aperture.
Richiami a Springsteen e ai R.E.M. che lasciano qualcosa di nostalgico. Sicuramente il pezzo che si distingue di più.

La seconda traccia24, è anche la prima collaborazione Francesca Stella si occupa del flauto ed Elisabetta Montino accompagna con la sua voce.
Forse lo stacco è troppo repentino, forse inaspettato.
Si passa da un riff da ballad anni ottanta ad un ritornello al limite tra il Pop e alcune derive del Gothic Metal.
Le ottime capacità strumentali e gli acuti delle voci riescono, ad ogni modo, a rendere giustizia al brano.

Am i my best friend è l’ennesima sterzata che porta fuori pista o chissà dove.
Un’accoppiata che lascia perplessi è quella tra il riff funky della strofa e la voce di Sadocco, tirata anche quando non è necessario.
Piccoli accorgimenti di cautela come questo, avrebbero consentito di arrivare in maniera più diretta, più concreta.
Gli acuti onnipresenti che hanno molto a che fare con una lunga tradizione di Power Metal, dagli Helloween agli Edguy, non sempre trovano il proprio posto.

Questo non è il caso della quarta traccia, Passion of pain, una giustificazione degli eccessi precedenti.
Una ballata pianistica che nella calma dovuta a certe espressioni, consente una collocazione esatta a tutti quelli che sono gli elementi e le armi a disposizione della scrittura.

I soli chitarristici che appaiono e scompaiono ad intermittenza e il bridge, che anticipa il solo vero e proprio, quello che tutti si aspettano, ne sono la prova.
Una struttura ben delineata, progressiva nel suo tendersi fino alla conclusione, che è l’unica conclusione possibile.

La traccia seguente è Get your price down, tirata dall’apporto dato da Silvya con le sue percussioni.
Un altro totale cambio di prospettiva che cambia davvero poco nell’economia del disco; godibile ma non necessario.
Sono considerazioni che possono essere fatte quando si tratta di un EP, l’embrione di ogni futura esistenza, nel tentativo di riconsiderare le strade da percorrere e magari anche le ruote utilizzate.

C’è ancora il tempo di riconoscersi nel proprio lavoro e dare così il giusto equilibrio a quello che risulta essere un rapporto di prossimità assoluta.
Le cose fanno comunque ben sperare, per quanto riguarda i prossimi progetti, se si prende il tempo di ascoltare anche l’ultima traccia, Martina.Un’altra ballata, con incastri metrici nel testo che sono particolari ma che funzionano, in anticipazioni di sillabe e accelerazioni inaspettate.

Va riconosciuto il valore ottimo degli strumentisti e, primo su tutti, l’autore stesso.
Va riconosciuto perché si tratta di comprendere le possibilità di un disco, quando lo si ascolta: si tratta di ipotizzarne i miglioramenti.
Il margine qui è ampio, lo si intuisce non solo dalla tecnica, ma dall’accortezza di alcune scelte e dalla reiterazione di alcuni standard, che finché non scadono nella ripetizione monotona, possono costituire un principio di stile proprio, che già qui inizia a scorgersi.

 

(Rom)

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