‘Rotten Stramorten’ dei LIGHTS OUT – RECENSIONE

Comunque la si possa vedere, anche la minima attitudine Punk scuote qualcosa che sta assopito, anche per tempi lunghissimi.
Nel nuovo lavoro dei Lights Out, Rotten Stramorten, quest’attitudine, sebbene in sordina, è presente e indica in più punti quelle che sono le direzioni prese nel suo percorso costruttivo.

Rilasciato il 26 Novembre per la Rocketman Records, è un lavoro di tredici tracce che sono una forma di riverenza nei confronti di quella che è, con le dovute accortezze nei casi particolari, la scuola californiana.
C’è da dire che al di là di NOFX, Rancid e le loro derivazioni, il disco si spinge fino ad attingere a tratti da mondi che lo riguardano nel momento in cui vi si rivolge.

Detto in altri termini, è un lavoro puramente Pop Punk scritto da chi oltre il Punk ha ascoltato molto altro e lo ha ascoltato bene.
Il singolo che anticipa l’uscita del lavoro è la decima traccia, When I’m drunk (Put stickers on the cop), pezzo a cui si accompagna un video.

Un po’ il paradigma del lavoro intero, con il riff giocoso in apertura e il basso che non ha altri mezzi per esprimersi se non il pulsare e tirare avanti fino alla fine.

Ancor di più, questo lo si comprende ascoltando la prima traccia, Let the record play; quasi un invito.
Quell’aggressività dell’hardcore melodico stemperata dai breakdown e dagli stacchi strumentali che tirano fiato e nel mentre preparano il colpo.

C’è una ripetitività che non si può considerare né un difetto né una colpa, se si ha un po’ di familiarità col genere e lo si sa leggere anche senza una predisposizione all’ascolto profondo e passionale.
Non si tratta di un luogo comune, quando ci si ritrova a dire che in alcune sue varianti, il Punk risulta essere legittimamente monotono.
Questo non vuol dire che non possa funzionare, anzi.
Nella sua lineare coerenza sta la sua forza, ammesso che il disco abbia qualcosa da dire.
In questo caso qualcosa da dire c’è, in particolar modo per quanto riguarda le linee vocali.
Tra strofa e ritornello, in più di un caso si rintracciano coralità che vanno ad insediarsi per bene tra i riff e le sezioni ritmiche.
E’ il caso di The Summer of Punk, quarta traccia e ottimo stendardo.

Discorso simile si potrebbe fare per Fall in love, ottava traccia, che si reinventa nel suo scorrere e non si limita ad essere suonata e ascoltata.
Ha una vita propria, ha delle possibilità rinnovabili, segnalate anche dal suo essere scostante rispetto al resto del disco.
Queste sono piccolezze che fanno crescere un lavoro, lo modellano e lo rendono in grado di mantenersi sano anche dopo essere stato reso pubblico; allontanato dalla sicurezza dell’anonimato.
Reggono molti paragoni, inutili, che però inevitabilmente si prendono un posto nel pensiero e nell’impressione data dall’ascolto.
C’è molto di anni novanta e c’è molto di quel non prendersi troppo sul serio che ha contraddistinto una generazione intera di gruppi.

Nel non darsi questo peso, però, è chiaro che ci sia qualcosa di vero e di deciso.
Un disco non sta in piedi soltanto con i gusti e gli apprezzamenti.
C’è struttura ben pensata e c’è intelligenza nella scelta dei tempi di durata dei pezzi, che durano esattamente quanto  ci si potrebbe aspettare.

Un’altra nota positiva è quella su Back to the 80’s, penultima traccia che sorprende all’inizio con una bella introduzione acustica, che lascia intendere quelle che sono le conoscenze dei quattro lombardi.
Il pezzo è tutt’altra storia, chiaro, ma rimane comunque uno dei migliori dell’intero disco.
Il ritornello è una spinta decisa che rallenta l’avanzata rispetto alla strofa, perché arriva al particolare, colpisce l’obbiettivo meno evidente.
Chiaro è il fatto che ci debbano essere accortezze precise nei confronti dei ritornelli e delle linee melodiche, quando si ha a che fare con un genere unilaterale come il Punk.
Ci sono e si notano senza sforzo.
Questo, nonostante il calo d’attenzione sempre in agguato, è ciò che alla fine consente al disco di essere apprezzato.

(Rom)

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