‘Numbness’ degli SPACE TRAFFIC – RECENSIONE

Dieci tracce liberatorie.
Si tratta di Numbness degli Space Traffic, disco uscito nel Febbraio di quest’anno e che sradica il tempo dal suo corso, lo arresta e lo manipola.

Un trio che funziona, nelle sue mire verso lo spazio e il passato che non gli è stato concesso dalla casualità.

Ibrido di Hard Rock, Psichedelia della prima ora e attitudine Blues; senso della melodia spiccato che regge l’intero lavoro.
Si parla di concept, un viaggio della coscienza fino alla sua affermazione: così pare di capire dalle poche parole del gruppo.
Questo conta poco, se ci si lascia sradicare e sprofondare in un altro corso, non più quello del tempo ma quello del disco stesso, un solco scavato a colpi di riff.

Già dalla prima traccia, la title track, si capisce che si sta ascoltando un qualcosa di insolito e di ben fatto.
Introduzione dai suoni distanti, bei giri di arpeggi di chitarra e sapiente utilizzo delle distorsioni: tutto ciò che serve ad anticipare un ritornello che non ha niente da invidiare ai grandi classici.

Chiaro, i richiami sono tanti, dagli Smashing Pumpkins, ai Flaming Lips e agli UFO di Schenker, a tratti.

La seconda traccia, U say U love me, è più tirata, con un outro che vale la pena di riascoltare più volte.

Time machine è esattamente ciò che ci si aspetta da un disco simile, nel suo Blues sporco e grezzo che fa quello che deve fare: divertire.

Il titolo della quarta traccia, Powder and pride, attira subito l’occhio.
Una ballata lenta, che nel solo di chitarra e nelle sue fughe trova sempre quel dialogo con la psichedelia che non svanisce per tutto il disco.
Incastri di melodie che ricordano molto i Beatles.

Un altro pezzo degno di nota è Mirror Game, sesta traccia.
Dall’introduzione arpeggiata alla cavalcata che conduce alla fine è un continuo cambiare di prospettive.
Non da tempo all’ascoltatore di adagiarsi che già lo porta da qualche altra parte; esattamente come in un gioco di specchi in cui non si sa più dove voltarsi per riconoscersi.
Probabilmente il miglior pezzo del disco.

Anche la seguente Blue moon sa il fatto suo e lo dimostra nella sfuriata in distorsore e nei soli che fanno esattamente ciò che vogliono.

La curiosità rimane comunque il finale, The Dream, registrato in live.
Un bel pezzo di undici minuti che condensa tutto ciò che si è ascoltato finora e lo fa con sapienza.
C’è il senso della melodia e ci sono le strumentali che da sole costruiscono gli appartamenti per i mostri fantastici creati dalle note.
Ci sono i soli di chitarra e un basso che fa un lavoro eccezionale, con una tranquillità che fa quasi spavento, dando la dimostrazione, oltretutto, di quanto il basso diventi insostituibile quando si tratta di cogliere le atmosfere più cupe e distorte.
Se si dovesse tenere conto del concept del disco, quella liberazione della coscienza, il risultato sarebbe certamente raggiunto.

Andando oltre questo conta poco e niente, perché se il vero sradicamento temporale agisce anche sul riconoscimento dell’ascoltatore nel suo spazio familiare, questo cambia tutto.
Se questo disco ha qualcosa da fare, di sicuro è annebbiare le coscienze ed offuscare qualsiasi prospettiva che non sia la propria: direzione ignota.

(Rom)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *