‘Go Go Diva’ di La Rappresentante di lista: una voragine di interiorità – RECENSIONE

Go Go Diva è il nuovo disco de La Rappresentante di lista, uscito il 19 Dicembre scorso.

Difficile parlare di un disco simile, mutevole nel suo intero corso che non è lineare e non è semplice capire come sia.
Forse è semplicemente libero, di una libertà che non ci è dato conoscere ma soltanto ammirare: nell’ascolto e nella solitudine.
Sono undici tracce ma è superfluo dire anche questo, perché non sono gli stacchi tra un pezzo e l’altro che danno vita allo spettacolo che è questo disco; non sono i numeri.

La materna voce di Veronica Lucchesi è l’erotismo più complesso, il raggiungimento di un rimosso che è sprofondato nell’interiore più difficile da scovare.
Un lungo abbraccio silenzioso che chiarisce l’innamoramento.
Come siano complessi i rapporti umani e i rapporti con sé stessi, nella duplicità di ogni momento vissuto; questo è ciò che scorre tra le parole dei testi di ogni canzone.

La fragilità del discorso verbale e di quello amoroso: una fuga e una necessità di restare, di amare come non si è mai fatto.
Questo è Go Go Diva, se si vuole cercare di definirlo in breve.

Le strumentali sembrano quasi offuscate dal resto, dalla voce e dalle sue innumerevoli acrobazie.
Restano i synth e le orchestrali tastiere reggenti l’intera impalcatura, ma altrettanto resta l’impossibilità di definire un genere, di intuire influenze e di raccontare una musicalità che è tale solo in quanto si tratta di musica.
La verità è che si è ben al di là della musica.
Ogni traccia è un vuoto che sussiste, una voragine sull’interiorità di chiunque ci abbia a che fare.

Questo corpo, la prima traccia, è forse ciò che più rende concreto ogni tentativo speculativo su ciò che si è ascoltato: “E il mio sesso quando si muove si trasforma / tra le labbra una terribile lingua che canta”.
Un incontro con un qualcosa di intimo e di potente, preludio di un ritornello che scoppia in una sconfinata distesa di suoni:“Dalla mia testa parte e alla mia testa ritorna, una canzone che sommerge i miei occhi / e mentre cadono le lacrime tremo: tutto mi gonfia la pancia e gonfia anche il mio seno!”.
L’amplesso che sconfina nella parola e rende questo mio corpo atto e non più potenza; lacrime figlie di una canzone, figlie di un discorso.
Quando un disco si apre con un pezzo del genere non si può non riconoscere quanto l’immediatezza sia essenziale nei rapporti, nell’interesse; quanto la chimica sia l’unica cosa che importa nello stare al mondo con gli altri.
Si vorrebbe restare prigionieri di questa canzone e di questo testo, viverli nel più profondo esattamente come sono raccontati. Lo si può fare andando avanti ad ascoltare e scovando “Ti amo”, un’ossessiva ripetizione di un “ti amo” che si ripropone sotto varie forme a seconda dei momenti del rapporto, come muta sé stesso e chi ne fa parte. Una nenia che scava e non porta niente alla luce, perché l’importante è scavare.

Ancora di più lo si capisce con Alibi, la quarta traccia: “Amore, guardami negli occhi! Non pensare ad altro, non pensare ad altro, non pensare ad altro. Non pensare ad altro! / I miei amori mi guardavano negli occhi, non pensavano ad altro. / C’ero solo io. C’era solo ora. C’ero solo io, qui, ora.”

Asfissiante come lo è la fisicità, come lo è il contatto diretto e lo sguardo, l’apertura più prossima all’altro e alla perdita della propria individualità; della propria solitudine.
L’hic et nunc più drammatico e vero che si possa immaginare.
Mette a nudo ogni timore e ogni senso di colpa o di vergogna.
Veronica Lucchese ha nelle corde quella quasi introvabile capacità di interpretare non la musica né tanto meno le parole, bensì i pensieri degli altri, degli ascoltatori.
Li rende materia, con i denti e con la lingua.

Come quando in Guarda come sono diventata, si oppone al silenzio della pace e alla falsità della sicurezza con una sentenza sprezzante e vera fino in fondo:“Ho bisogno di fottere, di tradirti e decidere di restare insieme/ Liberi e appassionati.”

Un’agitazione che non si può placare viene scatenata al sentire pronunciare, con quella apparentemente flebile voce sul pianoforte, parole che randellano le certezze e le convinzioni di chi, nell’opacità del proprio amore, socchiude la porta e non guarda più; non vuole più vedere ciò che potrebbe essere.
L’amore nella possibilità più prossima della sua fuga.
La verità è che questo riguarda tutti: “l’egoismo sdrucciolo che abbiamo tutti quanti”, direbbe Guccini.

“Il panico è la nostra guerra, è la paura che ci manca / ma oggi so dove andare, so dove scappare. Ti dico che è una festa amore e tutti ballano, allora rido.”Così si chiude Panico, ottava traccia del disco.
Di una dolcezza che commuove, nelle risate che scompaiono lente e che alla fine diventano pianto.

La nona traccia è Poveri noi, un dialogo che si intuisce ma che non si sa tra chi sia:“Solo un passo verso di noi / Se non va così poveri noi.”
Tra lui che si accontenterebbe e lei che non accetterebbe che cosa potrebbero le parole, mentre continuano anche loro, nella prigionia più tremenda di ogni galera, ad utilizzarle.
Nella lontananza e nell’incomprensibilità dei momenti che si vivono, le uniche armi che si finisce, spesso, per rivolgersi contro.

Ma al di là della limitatezza di quest’arma e della sua inenarrabile pericolosità, c’è quella che è la sua potenza, espressa in maniera esemplare in Gloria, decima traccia.
Un testo che non ha bisogno di commenti:“Restami dentro amore e nell’acqua che è già su / Lottiamo non sulla cresta dell’onda, ma dove cresce il mare”.
Se si ama e lo si fa fino in fondo, se si è disposti a farlo e a soffrire e rischiare l’annegamento e forse anche peggio, questi versi li si comprende, perché sono già li, sono già dentro.

Non potrebbe essere altrimenti per l’ultima traccia, Woow.
Un altro testo che andrebbe soltanto letto e sentito, fino in fondo: “Ho sentito tardi come stai, hai sentito il mondo urlare! / Non c’è niente di male. Non c’è niente di male, non vogliamo farci male.” L’attimo prima di un addio, della comprensione di un dolore che non si è scorto, non si è rivelato o forse è stato soppresso dal sorriso, come un boia di verità.

Chiuso nel dolore e nel segno del distacco, il disco lascia un grande vuoto, un punto di domanda sul da farsi, sulle cose semplici come volere bene e parlare per dire qualcosa.
Un lavoro che non dimentica niente e che non fa dimenticare.

(Rom)

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