‘Cruel Tales’, il nuovo album degli UNRULY GIRLS

Immerso nel liquido amniotico del Synth Pop più oscuro, Cruel Tales, nuovo disco degli Unruly Girls, è una futura natalità di un qualcosa che è andato ormai da tempo.

Gli anni ottanta, con annessa nostalgia, non bastano a giustificare un lavoro ipnotico e devoto, che racchiude in sé tutte quelle che sono le variabili del progressivo, perché è giusto parlare in termini di progressivo quando si tratta con un che di così multiforme come la creatività.

Si passa dal rievocare i Bauhaus fino ad arrivare ai Throbbing Gristle, se si riesce a stare attenti.

Il titolo di un brano, il sesto per essere precisi, fa pensare: Psychedelic music listeners make me sick. La traccia è sincopata, un muro di Synth distorti che non arranca per un istante.
Ma è psichedelia, pura psichedelia, con l’unica differenza che non ha pretese, è ingenua e confusionaria, esattamente come dovrebbe essere.
Nella noncuranza degli aspetti edonistici della sonorità si trova il punto che da la svolta alla percezione di questo lavoro.

Come in Oral sex with Eva Braun, seconda traccia.
Al di là del titolo più che eloquente e immaginifico, il box sonoro in cui ci si ritrova è esattamente quello di un bunker, di una violenza metropolitana che soltanto l’elettronico può sprigionare.

A tratti si pensa ai Cassandra Complex e al loro incedere tetro, al limite dell’Industrial, e forse è proprio qui che bisogna soffermarsi per capire meglio il disco.
Bisogna astrarlo dal proprio contesto e reinserirlo in altri mondi, farlo sfociare su altri orizzonti.

Non è mai ripetitivo e si alterna e rinnova tra un pezzo e l’altro, come in
Prenderla a mala fa male sai, undicesima traccia ed unica in italiano.
Si discosta completamente da tutto il resto, nel suo giro di chitarra svogliato, tipico della musica alternativa italiana. Non sono i bombardamenti del synth né i ritmi forsennati della drum machine: qui c’è dell’altro.

La traccia successiva, Waiting, conferma il fatto che sia impossibile prevedere qualsiasi aspetto di questo disco.
Ci si immerge in un’aria da Death In June, lontana anch’essa dal disordine elettronico, ma sempre di più sprofondata in un malessere sonoro che ne da quella bellezza sopraffina che solo il silenzio delle parole può portare.
Non si può valutare un disco così, non lo si può decifrare più del dovuto perché sarebbe una violenza e sarebbe comunque inutile.
Nella sua densità rimane vuoto, un vuoto che è giusto che ci sia.
Un vuoto che non si richiude, impossibile da riempire se non con l’ascolto immerso della sua presenza.

(Rom)

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