‘Mister Sartorius’, lo stoner dei 600000 Mountains – RECENSIONE

Il video musicale di Green Machinedei Kyuss se lo ricordano tutti.
E’ quello che, in mancanza di termini nostrani, viene definito cult, e come potrebbe non esserlo nel suo aver dato una impronta visiva così precisa a quello che sarebbe stato definito, con tutte le giustificazioni possibili, Stoner.

Il deserto della California che si scontra, in una battaglia furiosa, con i riff decisi e acidi, tremendamente acidi, delle chitarre elettriche; forse il deserto, il caldo e lo spazio hanno davvero qualcosa a che vedere con lo Stoner.

Dalle pendici dell’Etna, tre uomini rispondono all’appello, si danno un nome e continuano il lavoro di martellamento.
I 600000 Mountains, siciliani, con il loro EP, Mister Sartorius, danno sfoggio di quello che lo Stoner può ancora fare, nella sua recidiva ripetitività e nel suo essere sempre un degno sostituto alle botte date con le mani e date a qualcuno.
Tre tracce che colpiscono, danno il tempo di rifiatare e poi colpiscono ancora.

Niente di nuovo, si potrebbe dire, ma forse la novità sta proprio in questo, nel fatto che non stanchi mai essere assorbiti da riff che provengono dalle profondità della terra e che risalgono su per le montagna e affrontano i deserti, con la sola forza del suono.

Perché quando un lavoro, per quanto breve, parte con un pezzo come Take care and survive, non può essere altrimenti.
Corposità e stacchi semplici e diretti: si inizia con quello che serve e che si vuole.
In meno di cinque minuti c’è tutto quello che ci si aspetta da un lavoro del genere.
Ci sono i riff dritti contro le ossa, c’è la psichedelia, il basso instancabile e la dinamicità delle accelerazioni e dei rallentamenti: tutto rigorosamente strumentale.
Perché ti ci devi dedicare alle forze della natura, e la voce è un accessorio troppo umano per poterci fare affidamento.

Si lavora con l’immaginario quando si ha a che fare con lo Stoner, e l’immaginario si può sforzare quanto vuole di capire e vedere Omelette man, seconda traccia, ma è difficile come percorrere il deserto, come sostare ai bordi del cratere ed inspirare i fumi del vulcano.
Lentezza ipnotica in arpeggi che aleggiano e che lasciano il tempo di pensare e di perdersi, di capire che a casa non ci si può tornare più.
Poi sono altre botte e sono altri ostacoli: una caduta o uno scorpione.
Forse la troppa sete.

Si passa ancora tra riff che aprono la strada alla sfuriata puramente Heavy del finale: un bel finale.

Horse xuplex fa chiudere i battenti al lavoro.
Un pezzo nuovamente da meno di cinque minuti che replica il primo, per struttura e potenza sonora.
Ancora altri riff e ancora lo spaesamento della distanza dei percorsi, la strada che arde e l’unica speranza in un goccio d’acqua.
Il fatto è che il goccio d’acqua non ci sarà, né durante né alla fine dell’ascolto, perché se si vuole lo Stoner si deve sudare e si deve lottare: “I’ve got a war inside my head”.
Ed è chiaro, fin da subito, che da questa guerra non si esce vivi.

(Rom)

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