‘La parte mancante’ album postumo di FRANCESCO DI GIACOMO – RECENSIONE

Il disorientamento della morte, indirizzato da ciò che resta, riprende il discorso della vita e dell’avere a che fare, ancora, con il mondo.
Resta un segno, e il segno in questo caso è la voce, quella di Francesco Di Giacomo.

“Metti che poi la storia, la tua, la scrivi davvero”

Dice così “In quest’aria”, la traccia che apre La parte mancante, disco di inediti dell’ex cantante de Il Banco Del Mutuo Soccorso: basterebbe dire questo per capire di cosa si sta parlando.

Perché è difficile, per chi la storia l’ha già scritta, continuare a scrivere la propria, sopratutto quando si è morti, quando l’unico aggancio alla realtà resta, banalmente, ciò che si è già scritto.

Ed è in un continuo riscrivere che prende forma questo lavoro.
Così si strutturano i discorsi, le parole che ancora cercando di dispensare buoni consigli o semplicemente continuare a dire, ad essere presenti e segnare, con i solchi che scavano, il loro cammino. Non è un testamento e non è un addio anticipato: è un disco fatto perché c’era ancora qualcosa da dire.

E di quel detto, nella prima traccia, se ne trova tanto.
Il timbro preciso che sovrasta il pianoforte, nel suo giro lento e semplice, ripetitivo fino alla nausea

“In quest’aria preziosa la cosa migliore da fare è non farsi trovare”

La verità è che non ci si trova e ci si perde infinite volte, nell’ascolto immediato di un pezzo che annienta ogni possibilità di commento che non sia il silenzio.

Ma dove vado con questo troppo in gola / Come un coltello che toglie la parola”

La risposta che da il primo verso de Il senso giusto, seconda traccia, è quella che serve.
C’è già troppo in ciò che si vive e in ciò che si ascolta per poter affermare altro che non sia accettare le cose come sono: “Coprimi la fronte che non voglio guardare / Bruciami gli occhi che non voglio sentire / Bucami le orecchi che non voglio più pensare. Curami.”

Un ritornello amaro, vero nel suo lasciarsi intendere come se la rassegnazione fosse la cura ad ogni prospettiva, ad ogni passo in più verso il momento successivo. Come “il senso giusto cammina in senso inverso”, anche il momento successivo è quello che è venuto prima, quello che ha diretto ogni percorso.

Emullà è la terza traccia, e lo è nel senso letterale del termine, come un’impronta che ha dato l’inizio ad ogni cosa, che c’è stata da prima di tutti: “Io sono Emullà scimmia capobranco, un primate, che vuol dire che c’ero prima, prima di te e di tutti gli altri uomini.”

Ritorna alla mente lo “scimmione senza ragione” di “750.000 anni fa L’amore”, brano di “Darwin”, disco del 1972.
Emullà, lo scimmione che ha definito quell’amore che non poteva possedere, che non poteva controllare: “Prima di te ho scoperto l’acqua, le maree, la fisica quantistica e la fionda, la relatività e l’istinto, che tu chiamerai anima, la meraviglia, che tu chiamerai amore, l’odore del sesso, che non chiamerai perché ti confonde.”

Rivela e tramanda, nel ridurre tutto a un fatto già vissuto, a qualcosa che è sempre stato così e che si ripete ad una condizione che non dipende da chi lo ripete.
Emullà che parla e racconta e non scrive sé stesso perché tutto è già scritto, come l’essere definito da Luoghi comuni, quarta traccia: “Mi proteggo resto immune / dentro un mio luogo comune”. 

Dentro una gabbia che costringe e separa lo scimmione da Emullà, l’istinto dall’intenzione, si delinea la ferita profonda che sanguina ad ogni azione, ad ogni cosa nuova: “Faccio un atto di coraggio / mi nascondo in questo abbraccio

Ritornare  alla sicurezza di quella gabbia e di quell’utero che è una fossa e che è il principio e che è la fine; da dove si nasce e dove si muore.
Nel mezzo c’è il tempo e ci sono le possibilità, quelle delle scelte e delle azioni:

Insolito, sesta traccia, è il ricongiungimento di quella spaccatura: “Stai calma, con calma, prendi tempo … il tuo…tutto quello che resta non sai mai se basta”.

Quello che ti ha dato il fatto di essere vivo, in breve, quel tempo che ti è stato concesso per capire come fare a vivere e a soffrire, come trovarne un motivo giorno per giorno.

“Per bene, per bene, per bene bisogna innamorarsi per bene / le cose vanno fatte per bene, per bene perché l’amore è solo per bene”.

Nella commozione di queste parole un fatto semplice, una presa di coscienza delle cose del mondo che sono proprie, se lo si vuole, e bisogna sapere trovare il tempo di dedicarvisi, di amarle per bene, in un amore che non è più meraviglia ma che è segno di pazienza e di volontà, per quanto insolito.
Ma l’amore non basta e questo bisogna capirlo, perché rimane, costante, quella parte mancante che ci si affanna a cercare, che si comprende ma non si identifica.

Questa è la settima traccia, La parte mancante, che dà il titolo al disco: “Scusa ero distratto, guardavo il mare , certe volte succede / tu facci caso se ti succede ci si ammazza un momento con il fiato sorpreso / da quell’andare e tornare che va a passo col cuore e somiglia alla vita / parola corta ed ingombrante, va dalla gola ai calzoni e ci metti una vita a capire cos’è

Una strofa che si rapprende come sangue, come ennesima conferma di qualcosa di già noto a tutti ma che allontana dalla serenità e avvicina alle domande.
Un perché costante in quel guardare il mare alla ricerca di quello che manca, senza sapere che cosa sia: “Se sapessi guardare dalla parte più giusta, quella zona normale senza strappi o sussulti. Ma non mi è congeniale, non mi è congeniale…”

Si potrebbe indirizzare lo sguardo, come un proiettile o come un amo, gettato a frugare nell’immondezzaio di ogni giornata che continua a non portare risposte.
La verità è che non lo si vuole fare e va bene non avere risposte e continuare una ricerca che non ha fine, ma che è comunque restare a bordo, sapere qual è Lo stato delle cose, ottava traccia: “Ma il domani è già donna, è un bacio all’improvviso / Sbucherà sulla piazza come un sorriso atteso. Sarà un bacio preciso che pulirà il merdaio.”

Allora forse è questa la risposta, e ce la si può dare da soli soltanto con l’aspettare il giorno dopo, quel giorno dopo che è ancora più carico di domande e vuoto di risposte; iniziare da capo ogni volta:“Tu dammi un poco di te che sono solo poco / che a cominciare da capo ci devo, ci devo fare il fiato”.

Allenarsi all’esistenza per arrivare comunque ultimi ad un traguardo che si sa già quale sarà.
L’unica risposta possibile, quella che non si vorrebbe avere e che costa fatica riconoscere: “Se tu sapessi Andrea quanto mi costa trattenermi dallo sputare in faccia a Dio tutto il rancore e la rabbia che la sua grazia mi permette di far trasparire.

Quanto mi costa è la nona traccia, ed è qui, solamente qui, che c’è quella presa di coscienza e forse si risana la ferita e ci si riappacifica tra Emullà e scimmione, nel rendersi conto che ogni intenzione ha portato comunque all’istinto, che ogni calcolo ha provocato vergogna; che niente è cambiato nel diventare umani.

Giunti al punto in cui si annienta tutto il resto se non l’angoscia, è finito il tempo delle mire e dei discorsi. Si continua ad andare In favore di vento, ultima traccia di questa terribile fatica verso l’interno, sempre più a fondo: “Ah…la parola d’ordine e “non devi vomitare” / Trattieni tutto in gola non sprecare, c’è poco da cantare”

Ed è qui che tornano ad essere silenzio e contemplazione, le uniche due possibilità di godere di quel tempo concesso; le uniche due rimaste.
Il resto è fioritura destinata ad appassire.

(Rom)

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