‘Forma Mentis’, l’ultimo disco di UMBERTO MARIA GIARDINI – RECENSIONE

Umberto Maria Giardini è un nome che non suona nuovo a nessuno, e questo è chiaro.
Forma Mentis è il suo ultimo disco; dodici tracce ipnotiche che si spandono come fumo.

Tra testi che sprofondano nell’anima e strumentali fatte come si deve, tutto si intreccia perfettamente per impacchettare quello che è un regalo da scartare senza pensarci neanche.

Si passa dalla prima traccia, La tua conchiglia, un lento crescere che spacca tutto in un finale violento e deciso; un finale da ricordare:“Guardami bene come quando guardi chi scende profondo nelle tue vene”

Un verso d’apertura che si insinua ovunque e non lascia più il suo posto.

Anche  Luce, la seconda traccia, si presenta calma e lenta come se non avesse nulla da obiettare, come se fosse un tendere una mano che si rivela essere, a lungo andare, un pugno chiuso che cerca una via d’uscita.
La voce rauca e gli arpeggi nitidi, visibili come quella luce: “Qui tutto intorno a me vorrei che mi circondasse la luce / E che luce sei, e che luce mi dai”.

Cos’è questo, se non una dichiarazione d’amore, se non una supplica commovente e vera fino in fondo, come sono vere le cose dette senza pensare, senza lasciare quell’istante di scarto che filtra le viscere e le rende banalità.

Pleiadi è la terza traccia, che a qualcuno sicuramente ricorderà le atmosfere cupe di quella enorme scuole francese del Post Metal (Alcest, Les Discrets ecc.) e forse i Verdena.
Un viaggio tra le stelle, un cambio costante di rotta che nel distorsore trova il suo pilota.

Poi c’è Argo, rabbia e secchezza nella voce e nelle chitarre dai riff possenti ma che non esagerano mai. Anche qui lo spazio per la psichedelia c’è, ed è giusto che sia così.

La quinta traccia è Materia nera, altro brano spinto che spezza un po’ il fiato al disco, lo lascia in apnea insieme all’ascoltatore:“Nel tradimento coltivo l’inganno del tempo / mentre mi fermo mentre ti fermo”

La sesta traccia è Di fiori e di burro; tra le migliori del disco, sia per testo che per strumentale:“Guardaci noi poveri umani, obbligati a digerire il rap / dominati dalle fighe altrui”Le colpe dell’adolescenza è la traccia successiva, ed è un dolore per tutta la sua durata.
Un giro di acustica malinconico, che strappa dal tempo e distrugge lo spazio circostante rigettando nella sua fossa chiunque stia ascoltando, e la verità è che tutti abbiamo quella fossa, quei diciannove anni che non se ne sono andati mai.

Con l’ottava traccia, I miei panni sporchi, ci si tira nuovamente su con la distorsione, questa volta più sincopata, nei riff e nel suo diffondersi, che ogni tanto rallenta per poi sparire e riapparire senza che si possa fare niente.

“Tenebra dimmi che ora ti prendi una pausa e poi ti concentri su di me”.Si chiude così Tenebra, nona traccia; un’ipnosi diabolica.

Il pezzo che arriva al momento giusto, quando l’attenzione forse sta calando e si cerca disperatamente qualcosa in più, qualcosa che cambi tutto.
Esattamente ciò che fa anche la traccia seguente, Vortice cremisi, una strumentale scagliata come un sasso.

Pronuncia il mio nome è la penultima traccia, che da un pianoforte ripetitivo va a sciogliersi in suoni sempre più lontani e sempre più presenti: “Pronuncia il mio nome e poi confrontalo col tuo / Quale ti piace di più?” . La traccia si chiude con “la fine arriverà”, e la fine arriva con la title track, una dolce sfuriata elettrica che si porta via tutto il macigno che è questo lavoro.

Un lavoro che andrebbe ascoltato ed apprezzato per quello che è; uno schiaffo.

(Rom)

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