Une italienne à Paris – il nuovo album di La Confrérie de Vic – RECENSIONE

La condizione del trovarsi nel mondo che non è proprio è comune a tanti; esprimerla in musica non a tutti. Ancora di più non è comune poter esprimere lo spaesamento nel posto in cui il mondo si incontra e si compenetra, come in una metropoli: Parigi, in questo caso.

Sara Cicognani, in arte La Confrérie de Vic, ci prova con il suo disco dal titolo Une italienne à Paris, titolo eloquente che già proietta l’intenzione di quelle che sono le parole, un po’ in francese e un po’ in italiano, e gli arrangiamenti, assolutamente degni di tale nome.

Perché già dalla title track si capisce che lo Swing e quell’aria di viaggio, che tra i luoghi comuni e lo spaesamento trova un posto, seppur piccolo, si respira tutta.

Ci si racconta quando ci si presenta e ci si presenta quando ci si racconta, ed è esattamente questo che la Cicognani fa con il suo pezzo d’apertura. Poi il Reggae di Tout est partout pareil continua il disco, ancora qui un po’ in italiano e un po’ in francese.


Les insoumis, terzo pezzo, ha lo stesso tiro in levare che si sposta, crollando in un giro perfettamente costruito, nel ritornello, crollando come “à Jericho”, sottolineando la citazione del testo.
Tra linee di Rap in francese e spagnolo, tutto si delinea e il pezzo ne esce più che bene.

La quarta traccia è una messa in musica di Lentamente muore di Martha Medeiros, poetessa brasiliana; un pezzo semplicemente da ascoltare con gli occhi chiusi.

Così come lo è il quinto, Le poète de la rose, forse il pezzo più bello del disco, in un giro di chitarra talmente elegante, che l’accompagnamento del pianoforte sembra essere una passata di spazzola su una giacca da indossare per una bella occasione, una bella davvero.

Poi ancora Reggae con Bluebell e a seguire Pour toi, un altro bel pezzo delicato, si direbbe un pezzo d’amore ma lì è difficile capire cos’è e cosa non è, e non è mai semplice.

A conferma del viaggio e degli incontri dei mondi c’è Espiritu malu, ottava traccia che ha il sentore del lontano, che si intreccia tra la lingua e le sonorità, che cambiano e continuano a cambiare anche con Chiudi gli occhi, pezzo che sa di anni passati ma ancora una volta si veste di nuovo con gli intermezzi Rap, sempre in spagnolo e francese.
Grande prova vocale della Cicognani.

La decima traccia è Ubuntu, parola Bantù che definisce in qualche modo la fratellanza e l’eguaglianza, e le sonorità vagamente africane del pezzo rimandano a quel mondo, un po’ idealizzato e un po’ reale, che ci si aspetta dal lontano, dal diverso e dal possibile.
Un mondo bello che, almeno in questo disco, è presente.

E se domani, undicesima traccia, ancora si spinge su sonorità aperte e calme, in levare e sognanti; bel pezzo.
La vie est belle e La vita è bella si ripetono nei penultimi pezzi, un’altra volta ben tirati da levare e fisarmonica che riempie la stanza e riempie i pensieri, lascia andare quello che è l’immaginario di ogni cosa che stia al di fuori delle proprie mura, della propria casa.
Perché in fondo, ascoltando questo disco, lo si vuole dire che la vita è bella, in qualsiasi momento.

A conferma di questo, la sorpresa del disco nel finale è la riproposta in italiano di quello che comunque resta il pezzo più bello: Il poeta della rosa: Non tutti sanno cogliere la bellezza di una rosa”.
Il punto è che di rose ce ne sono sempre tante, e forse questo è il grande segreto nel saperla cogliere; non avere mai la presunzione che ce ne possa essere solo una.

(Rom)

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