DANIELE SEPE e il sogno jazz di ‘The Cat With The Hat’ – RECENSIONE

Si dice che il Jazz piaccia soltanto a chi lo suona, a chi lo fa.
Forse è vero, come è vero dire che le cose quando sono difficili è meglio lasciarle capire agli altri, a chi se ne vuole prendere la responsabilità; a chi ne sa di più di noi.
Però è anche vero che la musica, in tutte le sue forme, è fatta per essere ascoltata, interiorizzata ed espulsa. Semplice se la si vede così.

Allora perché complicare le cose?
Musicista, sassofonista di lunga data, Sepe confeziona un lavoro che è un omaggio a Gato Barbieri, sassofonista argentino da poco scomparso.

Inutile dire che il sassofono, qui, è la voce ed è la sofferenza; è tutto quello che supplisce all’incapacità della voce umana di dire il dolore, di dire la sconfitta e le cose che fanno male, sempre e comunque.
Undici tracce di intensità strumentale, undici tracce che lasciano sprofondare l’ascolto in un mare più o meno s/conosciuto.
Tutta l’ambiguità che ci può essere in una scoperta, qui è condensata in maniera struggente.
Ambiguità che si ritrova anche nel disco stesso, in quell’idea di omaggio che non è esattamente quello che ci si potrebbe aspettare.

Una scelta di non proporre cover di Barbieri, o meglio non completamente.
Si sceglie di prendere in prestito la mente dell’argentino e immaginare, cercare di profetizzare arrangiamenti e rifacimenti di brani vari, come se li avesse fatti lui, come se la sua presenza fosse nel suonare stesso.
Un’idea che funziona, un’idea che rende ancora di più il sentimento puro di devozione e di necessità di un saluto, musicale in questo caso, che dice tanto della fatica e della buona dose di coraggio nel compiere un’opera simile.

Una suggestione continua, anche nel non avere la più pallida idea di quale sia il legame, quale la chimica che rende possibile le reazioni e, di conseguenza, le emozioni, quelle che sono la chimica umana, la chimica che non si spiega e non ha leggi né forme.
Perché in ogni pezzo, partendo da La Partida, prima traccia che riprende un brano di Victor Jara, storico cantautore cileno, passando per Montilla, pezzo di Sepe stesso che ha una voce effettiva che ristora il deserto degli strumenti, che inaridiscono al loro procedere, che cuociono lentamente l’ascolto in effusioni che rimangono quelle degli attimi.

Fino ad arrivare a Donne d’Irlanda, altro pezzo di Sepe che stringe il cuore se si è in grado, anche solo per un attimo, di immaginarsi lontani da casa propria, di chiudere gli occhi e trovare quello che è l’al di là della propria visione e del proprio ascolto.
Un sassofono che è come un treno di cui si è pagato il biglietto che ma chissà dove porta.
Va bene così, lo si sa che va bene nel momento stesso in cui si inizia ad ascoltare, si inizia un viaggio che è di turismo, spesso, e che non si sa dove porterà; non si sa neanche se lo si potrà capire, pur apprezzandolo.
Questo sta a significare quanto l’impatto sia importante nelle cose della vita, e la musica è una delle tante cose della vita, nelle sue imprevedibilità e nelle sue segrete che vanno esplorate senza avere troppe aspettative, senza darsi troppe possibilità di riuscita.

Si riesce quando non ci si ricorda più la via d’uscita, ed è questo che fa Sepe, ingarbugliandoci in un mondo che è il suo e che si spinge sempre più in là, toccando quelle che sono le sue passioni e le sue memorie.

Perché quando c’è il peso enorme di un ricordo e di una decisione, basta anche soltanto il suono di un sassofono per metterlo in chiaro, per renderlo esplicito:“Perduto qua in mezzo al mare / Vita mia chi sa se poi mi aspetterai”: recita così l’adattamento di Io non canterò alla luna, di  Atahualpa Yupanqui. Un verso che dice tutto quello che c’è da sapere sullo stare al mondo e sull’essere amanti di quella che è la vita, comunque essa vada.

(Rom)


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