‘Cose difficili’, album d’esordio dell’omonima band – RECENSIONE

‘Cose’ difficili’ è l’EP d’esordio dell’omonima band proveniente dalla Calabria.
Cinque tracce legate tra di loro da una profonda comunanza di senso e di intenzioni, strette tra il Pop più libero e un muro di Synth che rimanda, inevitabilmente, ai Subsonica e a una certa scuola della musica alternativa italiana, quella che ha più a che vedere con l’Elettronica (sebbene entro i limiti) e la Dance.

Un lavoro tutto sommato godibile, breve ma che dà un’idea di quelle che sono le idee della band, e questo è ciò che un EP dovrebbe fare.

Si punta molto sui ritornelli e sulle orchestrazioni delle tastiere, come nell’intro della prima traccia, Favola di plastica, a tratti venata di Soul, in un ritornello che fila via come un sibilo.
Un bel pezzo di apertura che si esprime da sé.
Se fossi tu, la seconda traccia, continua sullo stesso versante, ricordando molto alcuni giri della New Wave anni ottanta, tra Simple Minds e Spandau Ballet.
Soul e Dance sempre presenti, revisionati sotto l’occhio spietato della radiofonia, che domina per tutta la durata del lavoro.

La terza traccia, E’ tempo, è più spinta.
Lo si capisce già da subito, con quell’intro di tastiera che inganna ma non troppo, che dice qualcosa al momento ma prospetta il contrario.
Regge tutto sommato bene, andando forse a ricordare, in maniera sicuramente involontariamente ironica, Anastacia, seppur con voce maschile.

La traccia seguente, Tutto semplice, è la più atipica nel contesto coerente del disco, ma questo non per forza è un male, anzi.
Innegabilmente ricorda il modo di scrivere di Carmen Consoli, e anche questo va inserito nella dinamica di un primo lavoro, che è sempre un esperimento ed è giusto che vada a rifarsi a ciò che lo ha ispirato, più o meno consciamente.
Un bel pezzo, ad ogni modo, che nel distinguersi dai primi tre dà altri orizzonti alle possibilità compositive del gruppo.

Chiude il lavoro Ora che sono qui, forse l’unica sbavatura vera e propria, non tanto per l’incapacità di reggersi da solo, ma per una vuotezza che rimane tale e non aggiunge né toglie niente alla totalità.
Niente di irrecuperabile, chiaro.
In cinque tracce c’è un po’ tutto ma c’è sopratutto quello che non si è fatto e che, forse, si potrebbe fare.

(Rom)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *