‘Everyone Just Going Through Something’ album d’esordio dei MAT CABLE – RECENSIONE

Disco d’esordio della band lombarda Mat Cable, Everyone Just Going Through Something è una esplosione in otto tracce, del Rock maleducato e grezzo che ha sempre avuto le sue radici in Inghilterra, e non è soltanto la somiglianza agli Arctic Monkeys ad affermarlo, ma la condizione stessa del lavoro, la sua modalità di espressione che è inequivocabilmente britannica.

Hey Doc, terza traccia, fa la stessa cosa.
Difficile riuscire a non trovarsi dentro un’unica situazione ascoltando questo disco, difficile non sentirsi costretto nella ripetizione ossessiva di riff e versi.
Questo è il mondo che questo disco conosce e fa conoscere, un mondo sonoro che non ha mezzi termini, che deve spaccare tutto e quindi lo fa, come condizione necessaria per esistere; non potrebbe essere altrimenti, chiaro.

Ed ecco perché la quinta traccia, Heart of stone, forse la più Punk tra tutte, è perfettamente in linea con la logica incendiaria del lavoro.
Poi c’è Terror, traccia scelta come singolo, ed è facilmente intuibile il perché, tra la sua durata breve e il riff presente, nuovamente ripetitivo ed ossessivo.

Una mano che afferra in continuazione qualcosa.
You like me, settima traccia, ha qualcosa che le altre non hanno, un sentore di anni ottanta e quel riff che vagamente richiama quello di London Calling.
Inaspettatamente contestualizzata nel disco, riesce comunque a sorprendere.

Chiude il disco Your fire, altra mitragliata che abbatte tutto, tira tutto giù e lascia con il gusto amaro della fine di un bel disco.
Non innovativo, non rivoluzionario, ma suonato bene e sincero, ed è questo quello che conta ed è questo che è rivoluzionario.


Si tratta di sette tracce esplosive e una, più pacata, che conferma la regola, quella quarta traccia, Hair, che spaccando il ritmo dannato della furia, si prende il tempo di rilassarsi, tra lo sporco distorto della chitarra, una cadenza dondolante e una voce che si svela nella sua dolcezza.
Da questo punto centrale si snoda il resto, e il resto sono sette tracce rabbiose, suonate bene e che arrivano dritte al punto.

The Rim, la traccia di apertura, inizia a dettare legge da subito; cattura quell’intro e cattura un procedere che potrebbe andare in qualsiasi direzione e lo fa.

Il solo finale è quello che ci si aspetta da un lavoro così, ridotto all’essenziale, incrostato di ruggine.
Bei passaggi che a tratti ricordano, inaspettatamente, i Rainbow.
La seconda traccia, June, riparte con la carica di esplosivo e va avanti come un treno, sul pulsare del basso e le scorribande chitarristiche.

(Rom)

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