‘E poi ci rido su’, l’indie dei CALEIDO – RECENSIONE

Disco di debutto dei Caleido, band toscana che ha già una sua forma, E poi ci rido su è un lavoro che sintetizza quella che è la musica italiana Indie da dieci anni a questa parte.


Baustelle come base, perché questo è un fatto innegabile, tinteggiati di nuove proposte che hanno più o meno la loro dignità.
Una premessa va fatta, ed è una premessa che va sicuramente a favore del gruppo; la figura fatta in questo lavoro è migliore di gran lunga di quella di gran parte dei gruppi Indie attuali.

Al di là delle banalità dei luoghi comuni e del fare ironia, questa è una verità che ha fondamenta nelle capacità strumentali e in quelle compositive, che seppur simili in alcune cose a ciò che ha un peso commerciale, riescono comunque a costruirsi il loro piccolo spazio.
Il limite è sempre tracciato tra una buona stesura di testi e il continuo riferimento a parole che attirano, coscientemente o meno.

Come in Copenaghen, bel pezzo che non viene minimamente scalfito da questa tendenza più che persistente nello sfociare nel linguaggio odierno, ma che comunque si porta quel peso addosso che è l’essere una canzone uscita nel 2019 e che con il 2019 vuole averci a che fare.

Tentativo legittimo ed ammirabile, ma la difficoltà sta proprio nel non far storcere il naso a quelli che potrebbero apprezzare ma sono facilmente suscettibili a certe cose, perché se per spiegare un concetto è necessario fare riferimento alle “foto da pubblicare”, forse qualcosa è andato storto, almeno a primo impatto.

Ma il disco regge e regge anche bene, perché pezzi come Polaroid, traccia di apertura, entrano subito in scena con una prepotenza elegante che fa accomodare ogni sentimento di diffidenza da una parte e si lascia conoscere bene, con quelle tastiere che non possono non rimandare a Baustelle e agli anni ottanta, quel basso pulsante nella strofa che dà tutto un altro colore. Un pezzo ottimo per aprire un disco d’esordio:“Torno a casa tra i pensieri / di te resta una Polaroid”.

Il principio è più meno lo stesso di Copenaghen, ma qui è diverso, qui la vedi quella istantanea di quella persona, quella che sogni ogni notte e non c’è.
Una Polaroid che si imprime e basta, non chiede il permesso di niente; questo deve fare una canzone, a maggior ragione quando è l’apertura di un disco.
Solo per questo varrebbe la pena ascoltarlo.

Un altro pezzo degno di nota, forse il più bello, è Giulia.
Impossibile negare la potenza che hanno i nomi di persona nei titoli, catturano l’attenzione come nient’altro, perché tutti conoscono una Giulia e tutti l’hanno sognata almeno una volta, chiunque essa sia:“Giulia non vuole parlare, non vuole sognare, non vuole giocare con te”

Questo è ciò che arriva, quel rifiuto che fa così male ma che spinge ad amare ancora di più, perché le cose possono sempre cambiare e cambiano quando Giulia ti vuole parlare e ora il problema è tuo e di nessun altro.
Un pezzo che fa male, scritto bene e che lascia la sua impronta ben definita e che merita soltanto applausi.

Come per il pezzo di apertura, il discorso analogo va fatto per la chiusura: Fotomodella.
Un altro pezzo lento ma che arriva bene, con un arpeggio nel ritornello che conquista al primo ascolto, a quello istantaneo senza troppa attenzione: “Cambia il mio sentimento, il mio tormento/ cambia anche se lento, io poi ci rido su”.

Qualcosa che accade a tutti, ed è la familiarità con le parole e le situazioni che fa innamorare le persone, delle persone e delle canzoni e di ogni cosa.
I Caleido questo lo sanno fare e lo hanno dimostrato ampiamente, in un lavoro d’esordio che merita più di un piccolo spazio.

(Rom)

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