PINK FLOYD E THE WALL, 37 anni fa i primi ‘live’ (VIDEO)

Trentuno date, tra Europa e Stati Uniti, una serie di musicisti a ‘supporto’ di Roger Waters, David Gilmour, Rick Wright, Nick Mason, uno spettacolo travolgente presentato in grandi spazi al coperto, in cui davanti agli spettatori veniva costruito un muro formato da centinaia di mattoni di cartone che solo per metà raggiungeva i 12 metri di altezza. E poi ancora uno schermo circolare, animazioni, tre giganteschi pupazzi a rappresentare un maestro, la moglie e una mamma. E come dimenticare il pallone gigante a forma di maiale che viene fatto ‘volare’ sopra le teste degli spettatori?

Tutto conosciuto e riconosciuto, scoperto e ammirato, anche ricopiato ma mai eguagliato: in poche parole ‘The Wall’ live, la maestosa rappresentazione dal vivo dell’album dei Pink Floyd, partorito dalla genialità di Roger Waters, che tra il 1980 e il 1981 fece il giro tra Europa e Stati Uniti.

In questi giorni ricorrono i 37 anni da quella serie di concerti, rimasti nella storia: dal 7 al 15 febbraio il gruppo si esibì a Los Angeles, mentre dal 24 al 28 sede di concerti fu New York, nel 1981 a Dortmund.

Come detto, un album a firma Pink Floyd (privi di Rick Wright, allontanato da Waters), ma effettivamente nato su idea del solo straordinario bassista fondatore della band. Eppure, fu un lavoro di squadra: “L’idea fu di Roger e nessuno cerca di sminuire la sua genialità e le intuizioni che ci ha messo”. Ma “tuttavia, l’album che ne uscì non aveva nulla a che fare con il concept originario, né con la demo che aveva prodotto all’inizio”. Quasi a supportare il chitarrista, il produttore canadese Bob Ezrin: “Il suo desiderio- ha detto ancora Gilmour- era rendere The Wall un album dei Pink Floyd più che un disco di Waters. Così mi chiese: ‘Cosa hai da inserirci?’. Gli suonai la mia demo di Run Like Hell e quella che sarebbe diventata Comfortably Numb. Bob disse: ‘Sono davvero belle, dovremmo includerle’. E così fu”, perché Waters, magari controvoglia, alla fine accettò.

   Ma come nasce questo capolavoro floydiano, l’11esimo album in studio, pubblicato il 30 novembre del 1979? Dietro, un brutto gesto, dettato però dall’esasperazione, uno sputo ad un fan troppo agitato, una demo non molto apprezzato dal resto della band, anzi “deprimente, noioso in varie parti”, ma con una idea di base che “piaceva”. Un ‘dietro le quinte’ forse inaspettato per un capolavoro come The Wall – 11esimo album in studio dei Pink Floyd – che oggi compie 36 anni. Roger Waters, al momento di realizzare l’album, aveva iniziato a lavorare su due progetti, distinti per certi versi, accomunati per altri: Bricks In The Wall – che era il titolo di lavorazione, appunto, di The Wall – e ‘The Pros And Cons Of Hitch Hiking’. Nel primo al centro c’e’ la famiglia, la guerra, la follia, il rapporto tra pubblico e star, mentre nel secondo si parla di un uomo diviso tra la vita di matrimonio e la fedelta’ e la promiscuita’ e liberazione sessuale. Quando Waters propose i demo dei due lavori al gruppo, non ci fu una scelta unanime ma la maggioranza fu schiacciante: la band preferi’ The Wall. Ma dietro il concepimento di The Wall, c’è soprattutto un episodio ‘forte’ che ha visto protagonista ovviamente Waters e che lo ha ispirato. Il fattaccio.

 

Era il 6 luglio del 1977, il tour di ‘Animals’ aveva portato i Pink Floyd in Canada, allo stadio Olimpico di Montreal. “Era la fine del tour- il ricordo del bassista- e c’era un fan che voleva fare casino, che spingeva contro le transenne, stava gridando e urlando mentre io volevo solo poter fare uno spettacolo di rock”. Waters lo ha osservato per un po’, fino a quando “appena mi arrivo’ a tiro, gli sputai in faccia. Sono rimasto disgustato da me stesso“. Dopo l’incidente, l’idea del “muro tra noi e il pubblico” ed e’ per questo “che il disco ha preso forma”. Per quanto riguarda le tracce, tante sono quelle che hanno lasciato un segno, anzi un solco profondissimo nella storia del rock. Da Comfortably Numb a Run Like Hell, da Hey You a Mother. E poi c’è lei.

Il sogno di una ribellione, un ‘no’ alla repressione di un insegnante che definire severo è dire poco. E poi la rabbia degli studenti, i banchi distrutti, fogli che iniziano a volare. Del resto… “non abbiamo bisogno di educazione” e “non abbiamo bisogno di essere sorvegliati”, per questo “Professore, lasci in pace i ragazzi”.

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