Rock ‘n’ Roll, Heroin, White Light/White Heat, Walk on the wild side. E non solo. È lunga la lista dei successi di Lewis Allan ‘Lou’ Reed, scomparso 4 anni fa a Southampton, a New York, il 27 ottobre del 2013. L’artista statunitense (era nato a New York il 2 marzo del 1942) a giugno, sempre del 2013, era stato ricoverato d’urgenza in un ospedale di Long Island, a New York, il Southampton Hospital, per un’acuta forma di disidratazione. Nel maggio sempre del 2013, Reed si era sottoposto ad un trapianto di fegato. Negli ultimi giorni l’artista si era dovuto nuovamente ricoverare in una clinica a Cleveland in Ohio per complicazioni dovute al trapianto di fegato.

 

Constatata la gravità della sua situazione, i medici hanno acconsentito a lasciarlo tornare a casa, dove è morto vicino ai suoi cari e alla moglie Laurie Anderson. Pupillo di Andy Warhol, Lou Reed ha cantato i bassifondi metropolitani, ha dato ‘vita’ all’ambiguità umana, dei torbidi abissi della droga e della deviazione sessuale, ma anche della complessità delle relazioni di coppia e dello spleen esistenziale. Con i Velvet Underground, fondati nella sua New York a metà anni sessanta insieme al musicista d’avanguardia John Cale, pur non riscuotendo alcun successo commerciale ha rivoluzionato per sempre i dettami della musica rock, gettando le basi per quell’estetica nichilista che anni dopo sarebbe stata ribattezzata Punk.

 

 

Dopo lo scioglimento del gruppo ha avviato una lunga e proficua carriera solista, che può vantare album storici come Transformer (prodotto da David Bowie), il concept album Berlin, il live Rock N Roll Animal e l’album-provocazione Metal Machine Music. Celebri e imitatissimi il suo look divenuto un marchio di fabbrica (giacca di pelle nera, jeans e Ray-Ban scuri), la sua voce apatica e apparentemente monocorde, il suo stile chitarristico abrasivo e dissonante.

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