Romantico, malinconico. E sfortunato. Perché il talento indiscusso di Jeff Buckley avrebbe potuto regalarci ancora tante e tante emozioni. Figlio di Tim, anche lui cantautore, era nato ad Anaheim il 17 novembre 1966, oggi avrebbe compiuto 51 anni. Tra il 1986 e il 1990 lavorò in un hotel a Los Angeles e suonò la chitarra nel circuito musicale locale, cimentandosi in generi quali il jazz, il rock e l’heavy metal. Nello stesso periodo, si esibì in tour con il musicista reggae Shinehead e partecipò come voce d’accompagnamento ad alcune sessioni funk e R&B, collaborando con il produttore Michael J. Clouse.

 

Nel febbraio 1990, si trasferì a New York,trovando però poche occasioni di esibirsi. Tuttavia in questa città fu introdotto al Qawwali, la musica devozionale del Pakistan, e all’artista Nusrat Fateh Ali Khan,di cui divenne presto un grande estimatore. In quegli anni, Buckley si interessò anche al musicista blues Robert Johnson e alla band hardcore punk Bad Brains. A metà 1993, iniziò a lavorare al disco d’esordio assieme a Andy Wallace, già produttore di Nevermind dei Nirvana. Ingaggiò la band, composta dal bassista Mick Grondahl e dal batterista Matt Johnson. A settembre, cominciarono le registrazioni presso i Bearsville Studios di Woodstock. Furono presenti anche Lucas, che suonò alcune parti di chitarra, e il musicista jazz Karl Berger, che scrisse gli arrangiamenti. In seguito, fece ritorno a Manhattan per altre sessioni di registrazione, spostandosi poi nel New Jersey dove lavorò sulle parti vocali e aggiunse consistenza ad alcune canzoni.

 

Nel gennaio del 1994, partì per il suo primo tour solista nel Nord America per supportare l’uscita di Live at Sin-é, seguito, a marzo, da un tour in Europa. Tornato in patria, invitò il chitarrista Michael Tighe a unirsi alla band, dalla cui collaborazione nacque il brano “So Real”, poi aggiunto all’album. In giugno, partì per il primo tour accompagnato dalla band denominato “Peyote Radio Theatre Tour”, che durò fino ad agosto a supporto di artisti tra cui Chrissie Hynde dei The Pretenders, Chris Cornell dei Soundgarden e The Edge degli U2. Grace fu pubblicato il 23 agosto 1994. Oltre a 7 pezzi inediti, l’album includeva 3 cover: “Lilac Wine”, basata sulla versione di Nina Simone, “Corpus Christi Carol” di Benjamin Britten, e “Hallelujah” di Leonard Cohen, che gli portò il successo per via de “l’eccellente interpretazione”, come la definirono i critici dell’epoca. Divenne disco d’oro in Francia e in Australia, e successivamente disco d’oro negli Stati Uniti, oltre che ancora disco di platino per sei volte in Australia nel 2006. Una stella stava nascendo. Ma il successo, l’entusiasmo per un artista che stava dando dimostrazione di avere incredibili qualità, durò pochissimo. La sera del 29 maggio 1997 è a bordo di un furgone mentre si sta dirigendo presso gli studi di registrazione, passando lungo le rive del Wolf River, un affluente del Mississippi. Ad un certo punto chiede all’autista di fermarsi, avendo voglia di fare un bagno. Come fatto già in passato, si immerge nel fiume tenendo, però, addosso i vestiti e gli stivali, arrivando fino ai piloni del ponte dell’autostrada (canticchiando il ritornello di Whole Lotta Love dei Led Zeppelin), nello stesso momento in cui sta transitando un battello che probabilmente creò un gorgo che lo risucchiò. Il cantante scompare dalla vista del suo roadie Keith Foti che chiama la polizia che, pur avendo ordinato un dragaggio della zona, non trovò nulla. Il corpo fu trovato solo il mattino del 4 giugno, avvistato da un passeggero del traghetto American Queen, impigliato tra i rami di un albero sotto il ponte di Beale Street, la via più importante di Memphis. Gene Bowen (tour manager di Buckley) riconobbe il corpo da un piercing all’ombelico e dalla maglietta indossata.

 

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L’autopsia non rilevò tracce di alcol etilico o di droghe; il caso venne archiviato come incidente. Ma artisticamente è stata una delle perdite più gravi di sempre. Una voce da brividi, di cui ancora oggi si sente la mancanza.

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