“Sognavo spesso che qualcosa sarebbe accaduto. Nel sonno vedevo aprirmi il numero 1966. Così passavo il tempo aspettando. Volevo una scena mia, volevo fare la mia musica, ero stufo di suonare sempre gli stessi riff”. Dentro, se lo sentiva anche lui. Lo sperava, lo desiderava. Forse cosciente di avere qualità fuori dal comune, o forse semplicemente trascinato da una passione incredibile.

 

Johnny, poi James, Jimmy e infine Jimi sapeva anche lui che un giorno sarebbe diventato Jimi Hendrix. Nato il 27 novembre del 1942 a Seattle, oggi avrebbe compiuto 75 anni. Solo, 75 anni. Ben 47 anni, invece, sono passati da quel maledetto giorno in cui il destino ha voluto che se ne andasse definitivamente, nella solitudine di una camera d’albergo, togliendo al mondo la possibilità di godere ancora della sua splendida musica, delle sue distorsioni, dei suoi esperimenti con la chitarra. Mancino, eclettico, autodidatta, la sua prima chitarra era stata una scopa, poi un ‘ukulele mezzo morto’. Finché papà Al per fare contento suo figlio Johnny Allen Hendrix (nacque con questo che era il nome di un fidanzato della mamma, il papà, infastidito, riuscì a farglielo cambiare in James Marshall, Jimmy e poi semplicemente Jimi per i produttori) riuscì a comprargliene una da un tipo con cui giocava d’azzardo. Ispiratosi a Bob Dylan per la capigliatiura, in un primo momento si presentò al pubblico come Jimmy James, ispirandosi a uno dei suoi miti, Elmore James (un altro era Eric Clapton). Jimi viene scoperto da Chas Chandler, bassista degli Animals, che lo vide suonare dal vivo. A colpirlo anche la riproposizione in versione blues di Hey Joe di Billy Roberts di questo chitarrista mancino (in realtà sapeva benissimo scrivere con la destra).

 

 

 

Dal 1963 al 1970 Hendrix registrò in studio 3 album, Are You Experienced, Axis: Bold as Love, Electric Ladyland e uno live, Band of Gypsys, i primi con The Jimi Hendrix Experience, l’ultimo con l’omonima band che diede il nome all’album. Senza contare le pubblicazioni postume come ‘Blues’, ‘Valleys of Neptune’ e ‘Live at Woodstock’: quest’ultimo racconta la sua esibizione in occasione dello strepitoso festival durato tre giorni: suonò alle sei di mattina, era previsto lo facesse in chiusura dell’evento, ma la pioggia e problemi tecnici lo fecero slittare dalla sera prima alle sei del giorno dopo. Davanti a 200.000 fortunatissime e stremate persone (erano 500.000 inizialmente), regalò chicche strepitose come una ormai famosissima versione di The Star-Spangled Banner, l’inno americano, in cui riuscì a riprodurre, con la sola chitarra, bombardamenti e sirene di contraerea come nei villaggi del Vietnam. Ovviamente quella non fu l’unica esibizione dal vivo in una grande manifestazione: indimenticabile, ad esempio, quella al Monterey Pop Festival, quando diede alle fiamme la sua Stratocaster davanti ad un pubblico a dir poco allibito per quello che fu una sorta di sacrificio da parte di Hendrix. Hendrix e sacrificio, come quelli fatti prima di diventare quello che è stato. Una gavetta lunghissima, un lavoro infinito: “Girando con altri musicisti ho imparato a stare sul palco”.

 

Tra questi, Little Richard, di cui diventa il chitarrista nel gennaio del 1965. La svolta per la sua carriera avviene nel 1966: durante una serata al Cheetah Club, sulla West 21st Street, il chitarrista fa la conoscenza di Linda Keith a quel tempo fidanzata con Keith Richards: i due strinsero subito amicizia e Linda si prodigò per fargli conoscere Andrew Loog Oldham, manager dei Rolling Stones, ed il produttore Seymour Stein . Ma nessuno fu impressionato positivamente e ogni prospettiva di inserimento sfumò. La ragazza insistette per presentarlo a Chas Chandler, all’epoca ancora bassista degli Animals. L’incontro stavolta fu fruttuoso visto che Chas assistette ad un concerto di Jimi al Café Whà durante il quale si convinse di aver trovato la grande “scoperta” da lanciare. Inoltre si convinse del fatto che poteva diventare un ottimo singolo di lancio la versione di un blues di Billy Roberts, Hey Joe. Chandler si convinse delle qualità di Jimi. Il 5 settembre 1966, al Central Park di New York gli Animals concludono il loro tour americano. Chas lascerà la band, che si scioglierà per poi riformarsi come Eric Burdon&The Animals, per dedicarsi alla carriera di Jimi Hendrix. Jimi ha inciso SOLO 4 album in carriera, di inediti: Are You Experienced, Axis: Bold as Love, Electric Ladyland e Band of Gypsys. Hendrix ha lasciato al mondo delle canzoni straordinarie e delle versioni proprie di classici divenuti poi meglio dell’originale: Hey Joe, brano attribuito inizialmente al musicista Dino Valenti fino a che Bobby Roberts non ne ha rivedicato i diritti), Red House, Little Wing (che Sting ha reinterpretato trasformandola in Mariposa Libre), Voodoo Chile o la versione della dylaniana All along the watchtower. E poi ancora Are You Experienced?, Manic Depression, Voodoo Child (Slight Return).

 

Jimi fu trovato morto la mattina del 18 settembre 1970, una morte triste e in piena solitudine, nell’appartamento che aveva affittato al Samarkand Hotel di Londra, al 22 di Lansdowne Crescent. Una morte descritta come misteriosa, quasi come si conviene ad una stella della musica internazionale, che contribuì suo malgrado a creare la leggenda delle ‘J’ maledette o del club dei 27: anche Brian Jones, Janis Joplin, Jim Morrison, nomi che hanno la J, sono morti tutti a 27 anni. E a questi si sono aggiunti recentemente i vari Kurt Cobain e Amy Winehouse. Tornando ad Hendrix, non sarebbe tutt’ora chiaro, infatti, se sia morto durante la notte, soffocato dal suo stesso vomito, o durante il trasporto in barella sempre per lo stesso motivo ma a causa di un mancato sostegno sotto la sua testa. Una morte in piena solitudine, descritta come misteriosa, che contribuì suo malgrado a creare la leggenda delle ‘J’ maledette o il Club 27 (con lui Brian Jones, Janis Joplin, Jim Morrison, anche loro morti a 27 anni, come anni dopo successe a Kurt Cobain e Amy Winehouse). Una fine terrena, l’inizio di un mito.

 

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