19 anni senza la poesia di Fabrizio De Andrè. Ma non sarà mai un addio

Il tempo di accorgersene, provare una ‘giusta’ paura per quella morte “che verrà all’improvviso avrà le tue labbra e i tuoi occhi  ti coprirà di un velo bianco addormentandosi al tuo fianco”. Fabrizio De Andrè è stato questo: capace di raccontare ‘La Morte‘, di cantare le sofferenze e il riscatto di una persona sfortunata come poteva essere un nano (Il Giudice) o di dare una seconda vita ad una una povera ragazza uccisa da un balordo (La Canzone di Marinella). Ma anche di strappare un sorriso con una canzone denuncia sulla condizione delle carceri (Don Raffaè), o un pensiero malinconico cantando il suo sequestro in Sardegna insieme a Dori Ghezzi (Hotel Supramonte). E tanto altro ancora. Tantissimo. Per fortuna, perché dopo tanti anni la sua musica è ancora attuale, le sue idee, le sue poesie non ci hanno mai lasciato.

Fabrizio De Andrè è stato ed è tutti noi, con le nostre debolezze, con le nostre difficoltà, con le nostre paure, con le nostre gioie e i nostri dolori.  Aveva paura della morte “ma non tanto la mia che quando arriverà, se mi darà tempo di accorgermene, mi farà provare la mia dose di paura, ma della morte che ci sta intorno. Lo scarso attaccamento alla vita che noto nei nostri simili che si ammazzano per motivi futili. Ho paura di quello che non capisco”.

Fabrizio De Andrè se n’è andato in silenzio, l’11 gennaio del 1999, coperto dal riserbo della famiglia. Se l’è portato via un carcinoma polmonare contro cui aveva lottato per mesi e nonostante il quale aveva cercato di andare avanti con la sua arte, con le sue poesie (riduttivo definirle ‘solo’ canzoni). Faber, come venne soprannominato dal suo amico d’infanzia Paolo Villaggio per la sua predilezione per le matite dell’omonima marca, era nato a Genova il 18 febbraio del 1940. Proprio tra la Liguria e la Sardegna ha diviso un po’ la sua vita: “Genova per me era mia madre, mi ha insegnato a giocare, a diventare bambino, poi ‘fante’ e non infante, poi mi ha insegnato a vivere, come ragazzo poi come uomo. La Sardegna, invece, mi è stata più utile come insegnamento, a vivere come uomo e nelle difficoltà”.

L’eredità di Fabrizio De Andrè ha un valore inestimabile. Nuovi metodi di scrittura, tentare nuove strade, raccontare esperienze vissute in prima persona come pure da altri, raccontare storie con affascinante provocazione come Bocca di Rosa dove “Persino il parroco che non disprezza. Fra un Miserere e un’Estrema Unzione Il bene effimero della bellezza la vuole accanto in processione’, tanto da essere censurato, ma anche di scrivere una canzone/preghiera come l’Ave Maria in sardo.

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Amante di Georges Brassens, autore fondamentale per Fabrizio, grazie anche al papà che a metà Anni 50, di rientro dalla Francia gli portò un suo 78 giri, amava “Bocca di Rosa, la canzone che più mi somiglia”, anche se la più bella “è quella che ancora devo scrivere”. Con grande umiltà si considerava un “privilegiato”, mentre nei confronti del proprio lavoro era molto critico: “Le canzoni devono piacere a me. Senno’ le scarto. Credo che avere più scarto che materiale edito”. Una volta, parlando del cantautorato italiano, in una intervista definì quello italiano “tra i migliori al mondo”, prendendo come esempio artisti come Dalla, De Gregori e Bubola. Guai, ovviamente ad autocitarsi….

Fabrizio De Andrè era tutto questo, umano fino all’inverosimile, a quasi 50 anni capace di desiderare ancora di rincontrare “mio padre. Se potessi, in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento vorrei rincontrarlo”.

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Era il 13 gennaio del 1999 quando almeno 10mila persone affollarono il piazzale antistante la basilica di Santa Maria Assunta di Carignano, per un ultimo saluto, e tantissimi lo accolsero anche al cimitero monumentale di Genova.  Un saluto ad un caro amico, nonostante il freddo, nonostante la lunga attesa, per accompagnarlo in silenzio magari a rivedere, come tanto desiderava, suo papà.

 

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