Omaggiando ‘D’ANNUNZIO’, tra la storia e la musica

Le date sono importanti e hanno a che vedere in maniera particolare con due cose: la storia e la musica.
Nel centenario della fine della Prima Guerra Mondiale, Federico Goglio, in arte Skoll, coglie l’occasione di sottomettere alla sua penna e alla sua voce la complessa figura di uno dei poeti e degli uomini più carismatici che l’Italia abbia conosciuto; Gabriele D’Annunzio.
   Nel centenario di quella che è stata, con tutte le dovute precauzioni del caso, una vittoria, il cantautore milanese, nel suo piccolo, da alla luce un disco che va aldilà della musica, come sempre quando si tratta di lui.

D’Annunzio, questo il titolo del disco pubblicato il 23 febbraio, esce in un momento enigmatico della storia recente del nostro Paese e si va ad inserire in quello che è sempre stato il lavoro di Goglio, quello di raccontare attraverso gli uomini la storia.
Sacra è la storia che avanza perché ricorda quello che conta”, così recita un verso di una sua vecchia canzone, Comandante Massoud, dedicata ad Ahmad Shah Massoud, il cosìdetto “Leone del Panshir”.



Questa è la prerogativa di Skoll e D’Annunzio ne è l’ennesima prova, come già lo era stato Sole e acciaio, dedicato allo scrittore giapponese Yukio Mishima. La realtà in cui la sua produzione musicale si radica è quella della scena della destra definita “sociale” o “alternativa”, una scena che ha molto a che vedere con il mondo della musica già dai tempi dei famosi “Campi Hobbit” e di gruppi come La Compagnia dell’Anello.

   Ma Federico Goglio è stato capace di andare anche aldilà di questo nella sua musica, è stato capace di cristallizzare un’epoca, quella del novecento, con un occhio attento e una capacità rada di analisi in testi che per la maggior parte sono semplici e anche monotoni, ma che hanno la loro efficacia. Ha raccontato le contraddizioni del Giappone contemporaneo che lotta con il suo passato di tradizione, come già accennato, ha raccontato la tragicità della storia recente della dittatura militare argentina e ha raccontato le vicende degli italiani in fuga dalla propria terra, in un pezzo, Nostro Esodo, che andrebbe ascoltato e andrebbe interpretato e contestualizzato, proprio perché la musica non si ferma alle note sul pentagramma e i testi hanno qualcosa da lasciare oltre le parole.

   D’Annunzio è un disco coraggioso, come lo è già stato Eroica ormai cinque anni fa, un altro lavoro che ha per centro la storia italiana delle due guerre, ed è coraggioso perché arriva in un momento di lacerazione sociale e politica che non si vedeva forse dai tempi delle stragi, un momento di incapacità analitica della realtà da parte dell’opinione pubblica e non solo.

   Parlare di Skoll, quindi, vuol dire parlare di un progetto musicale che ha aspirazioni ma che conosce i propri limiti, i propri spazi. E’ identitario, nel senso più puro del termine. Ha la sua posizione ferma e da li continua a mirare e sparare, a volte andando a segno. E’ inevitabilmente difficile, in Italia, parlare di una realtà artistica che affonda le sue radici innegabilmente in ciò che è il lascito del ventennio, ma è altrettanto importante farlo e saper distinguere un picchiatore da un cantante, che ha il suo seguito, che forse andrebbe ascoltato più attentamente sopratutto da chi la pensa in maniera differente, perché in più di quindici anni di produzione e di lavoro, Skoll, ha ricostruito quelli che sono i pilastri di una storia d’amore, quella tra l’uomo ed il suo quotidiano, legato sempre di più a quella storia che avanza e che continua ad avanzare.

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