Out of the Edge, tra metal e prog rock, : con ‘Birth’ è ‘buona la prima’

Birth è il disco di debutto degli Out Of  the Edge, gruppo emergente fondato dal polistrumentista Luca Stasi. Da notare la partecipazione alle tracce di batteria di Federico Paulovich dei Destrage.

Birth è un lavoro che ha nella coerenza compositiva dei pezzi, forse la sua forza maggiore. Il progetto è già disponibile in digital download, in streaming e in formato fisico.
Supportato dall’ottimo lavoro di produzione, va ad inserirsi in un contesto che oscilla tra l’Heavy Metal dei tardi anni ottanta con chiare contaminazioni Power, e quelle che sono le tendenze di una certa scuola del Progressive, che ha molto più a che fare con la capacità tecnica e strumentale che con la sperimentazione e la ricerca di nuovi orizzonti.
Verrebbe da accostare le sonorità a quelle di gruppi Neoprogressive come i Pendragon e i Galahad, ma non sarebbe sufficiente. Birth va al di là e si porta dietro il lascito di una fetta notevole della produzione musicale degli ultimi trent’anni, grossomodo.

La cosa risulta palese ascoltando la prima traccia, che è anche la title track. Birth è un pezzo che si apre con il graffiante riff che poi va a sprofondare in un lento progredire tra arpeggi in pulito e la voce puramente anni novanta di Tommaso Severgnini, voce che ricorda molto un primo Eddie Vedder ed un inaspettato Andreas Hedlund (Vintersorg,Borknagar, Fission ecc.).
La traccia è spezzata a metà da un intermezzo di chitarra acustica che va a culminare nell’assolo di voce di Micaela Calvano che verso il finale diventa un duetto. Ricca di spunti soliti, sopratutto di chitarra e si iniziano ad intravedere quelli che saranno i repentini cambi ritmici di batteria delle seguenti tracce, come quelli presenti in Maybe, la terza traccia, che ha di notevole l’assolo finale di sassofono che chiude il brano.
La seconda traccia, Never Give Up, si apre con un bel giro tastiera e che è il pezzo più pop di tutto il lavoro. Il ritornello è semplice, come tutto il brano, e rimane subito nelle orecchie dell’ascoltatore.
Age of tomorrow, la quarta traccia, la più oscura tra le cinque, ha un basso pulsante che ne regge l’intera struttura e si distingue forse dall’atmosfera più melodica delle restanti tracce.

Anche qui tornano le ritmiche accattivanti della batteria e un riff che ricorda molto quello di The Grand Conjuration degli Opeth (Ghost Reveries) che va a chiudere il pezzo in uno stravolgimento totale rispetto ai primi tre quarti.

 L’ultima traccia, Jester’s Laugh, è un continuo incrociarsi di arpeggi di chitarra acustica, stacchi di ritornello che rallentano il tutto e gli sweep picking finali che lo ritoccano dandogli la classica conformazione della cavalcata che si distorce in un breakdown che conferma per l’ennesima volta le ottime capacità tecniche degli strumentisti.

E’ un lavoro che può essere riassunto dicendo che in una commistione di generi che riesce bene sopratutto per quanto riguarda l’aver saputo mettere insieme le influenze differenti in così poco tempo (meno di trenta minuti), si può avere un incontro con delle tensioni che percorrono il panorama Progressive e Alternative in lungo ed in largo.

Si potrebbe accostare a molteplici sonorità ma sarebbe comunque un lavoro utile fino ad un certo punto, mentre andrebbe forse detto come sia stata un’ottima prova strumentale e notare come sia riuscito l’intento di far passare qualcosa di non prettamente orecchiabile attraverso un filtro melodico che potrebbe rendere il disco godibile anche per chi non ha molto a che fare con certe espressioni musicali.

(Rom)

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