Union dei THE GREAT DIVIDE: amore degli anni ’90 – RECENSIONE

Union, l’ultimo lavoro dei The Great Divide, è una dichiarazione d’amore scolpita nelle chitarre rocciose che fanno da padrone a tutto il disco. È un biglietto da visita che i romani The Great Divide spingono a forza sotto gli occhi dicendo: “Noi veniamo da qua, questo è il nostro retroterra”.

Ogni singola traccia sembra urlare fedeltà e devozione verso gli anni ’90, questo è il leitmotiv del disco, pur non scadendo nella banale nostalgia e mantenendo al di sopra di tutto il corpus sonoro una propria personalissima voce che vuole dire la sua.
Le influenze che si sentono sono varie e ben amalgamate: si passa dagli ovvi riferimenti ai grandi del grunge (in particolare Alice in Chains e Pearl Jam) e post-grunge (Puddle of Mudd) a qualche tinta southern rock, per poi passare ad aperture dalle venature post-rock.

La traccia iniziale, ‘Rise‘, fatica un po’ ad ingranare, mantenendosi su toni più “radiofonici” rispetto al resto dell’album, soprattutto nelle parti di strofa che ricordano alcuni lavori dei Bon Jovi. Qui traspare un’anima rock, che potrebbe non dispiacere ad una parte di pubblico, e infatti si legge l’intenzione di creare un ritornello che catturi l’orecchio, di quelli da cantare in coro con gli occhi chiusi e le braccia al cielo.
Anche il secondo pezzoSo Wrong’ è connotato da questa propensione, ma già qui la composizione diventa più sicura, solida e di petto.
La vera svolta, però avviene con ‘LoveSick Dog‘, terza traccia dell’album, che combinando delle chitarre monolitiche ad un cantato melodico ricorda le atmosfere desertiche e deliranti dei Kyuss.

All’interno del contesto musicale degli anni ’90, una delle band che ha dato un lascito maggiore sono stati gli Alice In Chains, e infatti la gratitudine dei romani per la band di Seattle esplode con tutta la loro personale energia nel riff e nella voce effettata di ‘Bone’, (forse citazione voluta di ‘Them Bones‘, pezzo del 1992 appartenente a Dirt).

Il disco prosegue su queste onde per poi calmarsi un attimo con la sesta traccia,Divided’, che quasi in un gioco di parole funge da intermezzo dell’opera assumendo tinte più alternative e sperimentali: mentre la struttura principale della sesta traccia pare prendere in prestito le atmosfere e le attitudini giocose di un certo garage punk (come lo saranno anche le tracce successive), vi è un interessante e originale cambio che prende spunti invece dalle sonorità samba e jazz; dimostrazione che i componenti dei The Great Divide conoscono e sono aperti a vari stili e generi anche al di fuori del rock. Capacità che non può che giovare.

La settima traccia, ‘Heroes‘ è un’altra strizzata d’occhio (ma discreta) al “radiofonico”. Il pezzo è costruito bene, scorre fluido e si attesta come un buon compromesso tra l’orecchiabilità e l’energia che contraddistingue i cinque romani. A partire da qui, data l’ultima sferzata punkeggiante con l’ottavaBad Habits‘, ci si prepara per il gran finale col botto, innescato dalla brutale ‘Grinder‘, che lenta ma inesorabile scava nel profondo con una bella sezione di riff che ti catapulta senza scuse ancora nel deserto.
Poi, proprio quando ci si aspetterebbe l’esplosione finale, i The Great Divide sorprendono. ‘Sleeper‘, l’ultimo e il più prezioso di tutti: un pezzo semplice ma efficace, di grande atmosfera, dove si sentono evidenti dei precedenti compositivi tendenti alle grandi aperture sonore del prog e del post-rock. Il riff commuove e crea un bellissimo intreccio con le voci sapientemente tenute alla briglia per creare un muro di suono evocativo e d’impatto.

Union è indubbiamente una produzione di livello e un ottimo album d’esordio, attento a mantenersi fedele al missaggio anni ’90, pur dandosi un taglio piuttosto originale e personale. Tantissima attenzione è data alle distorsioni, che sono ben curate e finalmente non tenute a bada come invece accade in tantissime pubblicazioni italiane odierne.

I giochi di armonizzazione delle voci sono estremamente godibili e fungono da collante con tutto il resto lungo l’intero album.
Unica pecca è la poca visibilità del basso, che viene un po’ penalizzato nel missaggio dalle chitarre poderose e dalla batteria leggermente riverberata, ma è un dettaglio a cui sicuramente si potrà ovviare nei prossimi lavori.

(Sil)

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