‘Rediscovered’ di JUDITH OWEN: l’arte oltre le cover – RECENSIONE

La tradizione delle cover rilette in chiave acustica, in questo caso con il pianoforte, è qualcosa che sa di anni novanta come nient’altro. E’ questo il progetto alla base di ‘Rediscovered‘, nuovo album di Judith Owen in uscita il 26 maggio.

Basterebbe pensare a Tori Amos, che ha creato nell’immaginario collettivo quella fascinazione per la donna ed il piano insieme, per quella capacità sbalorditiva di mettere così tanto in uno spazio sonoro così ristretto.
Judith Owen, cantautrice gallese con una certa carriera alle spalle, spinta dalle richieste del suo pubblico, si misura con questo ambiente.
Il risultato è un disco godibile, una buona prova che va presa per quello che è; un disco di cover.
Accostata svariate volte a una campionessa assoluta come Joni Mitchell, la Owen innegabilmente sa cosa sta facendo.


Lo si capisce dalla prima traccia, una cover di ‘Hotline Bling‘ di Drake, che si tinge di delicatezza rotta dalla possente voce della Owen.
La seconda traccia prende ‘Shape of You‘ di Ed Sheeran e la trasforma in un misto tra Soul, Gospel e atmosfere a tratti latinoamericane.
Ed è forse questo il merito più grande che può essere attribuito ai dischi di cover; spesso si riesce a rendere godibili pezzi pressoché mediocri nella versione originale, mettendoli sotto la luce di chi effettivamente conosce la musica e sa cosa significhi averci a che fare in profondità.

La cover di ‘Black Hole Sun‘ dei Soundgarden, terza traccia, forse è il colpo di genio del disco.
Uno dei pezzi simbolo del Grunge diventa una ritmata ballata quasi Swing, tinteggiata dal violoncello in sottofondo. Ascoltandola non può non venire in mente la cover di Paul Anka di ‘Smells Like Teen Spirit’.

Hot Stuff’ di Donna Summer è la quarta cover che resta più o meno fedele all’originale, tenendo quella atmosfera movimentata e allegra della Disco Music, filtrandola con un gusto spiccato per la musica nera.
Ma è il quinto pezzo che da un’idea vera di chi sia questa donna gallese che se la cava così bene; ‘Cherokee Louise‘ di Joni Mitchell.
Un capolavoro di canzone viene reinterpretato in maniera esemplare con una calma ed una padronanza dell’interpretazione che sono fuori dal comune.
Ma la cosa che si nota di più è il coinvolgimento della Owen stessa nel pezzo, la carica che la lega ad esso, l’affetto che la lega a Joni Mitchell.
Tra tutti i pezzi è quello che spicca di più per sincerità e trasparenza.

Nella sesta traccia , ‘Can’t stop this feeling‘ di Justin Timberlake, si ripropone un’altra volta la chiave di lettura Soul che a tratti, negli interventi di organo, ricorda’ Lean on me’ di Bill Withers.
Ladies man‘, altra cover di Joni Mitchell, segue il filo del discorso sulla tendenza a prediligere Swing e affini nel rileggere i pezzi.
L’ottava traccia è una irriconoscibile ‘Smoke on the Water‘ che viene completamente stravolta e si capisce fino in fondo quanto Judith Owen sia impregnata di Joni Mitchell e del suo inconfondibile stile.
L’arrangiamento ricorda a tratti Coyote, traccia di apertura di ‘Hejira‘, disco del ’75 della Mitchell.

Un’altra volta in’ Summer Nights’, dalla colonna sonora di Grease, viene riproposto uno stravolgimento di sonorità completo, che strappa le vesti di Rock’n’Roll dal pezzo e addosso gli mette quelle delle luci soffuse di lunghi accordi di settime e diminuite che trasportano il pezzo letteralmente fra le nuvole.
Un altro classicone al decimo posto nella tracklist che risponde al nome di ‘Play That Funky Music’ degli Wild Cherry; riarrangiamento riuscito pienamente.
I fiati sono il tocco di classe e l’atmosfera da Gospel e chiesa metodista fa il suo dovere e lo fa egregiamente.
‘Blackbird ‘ è l’undicesima cover ed è una semplicissima rilettura pianistica del capolavoro dei Beatles.
Il duetto Ella Fitzgerald e Louis Armstrong in ‘Dream a little dream of me’ chiude il disco con una cover sofferta, sognante se si vuole.

Funziona tutto in questo lavoro ed è si vero che è soltanto un disco di cover, ma è sempre meglio un disco di cover fatto bene, pensato e strutturato con delle idee solide che un disco di nuove idee che non hanno da dire.
Forse è anche a questo che servono le cover; ad intervenire sui lavori senza idee degli altri e dargli una voce.

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