Emozione Jethro Tull: a Roma per festeggiare i 50 anni di carriera

Sono più o meno le 23 di giovedì 19 luglio: un gruppo di arzilli vecchietti prende d’assalto uno scaffalo all’interno di un negozio di musica, alla ricerca di un qualsiasi cd dei Jethro Tull.

Siamo a Roma, all’Auditorium Parco della Musica e la storica band di rock progressive ha appena cantato, incantato, ipnotizzato la cavea, strapiena, in ogni ordine di posti. Bello vedere fan, curiosi, amanti della musica di qualsiasi età:  c’era la coppia di nonni, accorsa con una nipotina che non avrà avuto più di 10 anni, oppure la giovane coppia di fidanzati, con lui a spiegare la magia dei Jethro Tull, e poi tanta gente non più giovanissima, che li ha visti nascere, crescere e farsi strada negli Anni 70, in un periodo in cui non era certo facile farsi spazio, tra gli Yes, i Pink Floyd, i Rolling Stones, i King Krimson, i Genesis.

E poi lui, Ian Anderson, 71 anni e una grinta pazzesca. Sale sul palco pochi istanti dopo i suoi musicisti, mostrando una vitalità come pochi, veramente. Con il suo flauto delizia tutti, da chi lo ha sentito agli esordi ha chi lo ha scoperto strada facendo, fino a chi ha avuto la fortuna di scoprirlo magari grazie ai racconti e agli album dei papaà o dei nonni presenti all’Auditorium.

Alle sue spalle, e di quelle dei suoi, bravissimi, musicisti, una scenografia decisamente essenziale, giusto uno maxischermo che ha proiettato una tv accesa sul mondo Jethro Tull, in cui prima di ogni canzone in video un personaggio legato alla loro storia, o semplicemente un musicista appassionato del loro mito (Tony Iommi dei Black Sabbath e Slash dei Guns N’ Roses) chiedeva di suonare uno dei loro tanti capolavori. Dopo My Sunday Feeling è tutta un’ascesa verso la storia di questa band: Bouree, il brano strumentale che è un riarrangiamento di Ian Anderson della Suite di Bach, A Song for Jeffrey, a Thick as a Brick, Some Day The Sun Won’t Shine For You, Too Old to Rock ‘n’ Roll, Too Young to Die, fino all’inevitabile, trascinante, storica Lokomotiv Breath, guidata dal flauto magico di Ian Anderson, che ha chiuso il concerto. Proprio prima del bis, giusto qualche minuto, meritato, di stop. Altrimenti, un’ora e mezza tutta d’un fiato di grande musica.

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