‘Party Animals’ dei BIKINI DEATH RACE, un disco unico – RECENSIONE

Un disco di  dieci tracce, come binari di un treno che corre e porta inevitabilmente agli anni ottanta; che sia un viaggio indietro o in avanti è ancora da stabilire.

Questo è ‘Party Animals‘ dei Bikini Death Race, duo che si inserisce senza tanti problemi in un cunicolo lasciato aperto tra Post-Punk e New Wave, generi troppo stesso identificati sotto lo stesso soggetto.
Non è così semplice e il disco lo dimostra.

Basso pulsante che non si ferma per un istante, sintetizzatori sempre presenti all’appello e voce sensuale, bella e dolce, ma che provoca e si muove bene, come le luci di un palco di un Rave, perché si, si arriva fino a questo punto se ci si sa arrivare.
Le tracce sono simili l’una con l’altra e risulta difficile riuscire a non contemplare il lavoro nella sua totalità che è allo stesso tempo una imprescindibile unitarietà.

Si leggono influenze dei Depeche Mode, dei Cock Sparrer e dei Ramones, per citare i più conosciuti, ma è complicato non andare a scovare dei Joy Division, una Nina Hagen che spaventa ancora di più del solito e una costante venatura Pop che non guasta mai.
Un contesto chiaro e semplice da comprendere e da apprezzare.
Si ascolta e lo si impara ad apprezzare dai primissimi minuti, aiutati forse anche dalla breve durata dei pezzi.

‘Celestico’ apre le danze con pestoni di Synth che subito vengono presi a braccetto dal classico basso pulsante ben conosciuto dagli amanti del genere.
Pezzo diretto, divertente e con un ritornello giocoso e orecchiabile ma non banale.

Poi c’è ‘The Rabbit Hole’ e ci si ritrova catapultati sotto le luci accecanti, sotto i riflettori ad intermittenza che vanno a poco a poco ad abbandonare la scena per lasciarla al solito basso.
Melodie claustrofobiche; cose che andrebbero ascoltato in trenta metri quadrati di locale tra spintoni e salti, perché è importante non discernere mai l’ascolto del disco in studio da quello che potrebbe essere il suo rendimento in concerto.

La terza traccia è ‘Zombie Posers’, titolo curioso, che lo diventa ancora di più quando si parte con l’ascolto.
Altra carrellata di suoni sincopati e batteria triggerata che ricalca ogni singola sillaba cantata dalla ‘ragazza con la maschera da gatto’ (il compagno di scorribande musicali ne ha una da panda), dalla voce sempre più suadente e bella da ascoltare.
Ricordano i Prozac+ e il loro risvolto successivo che prende il nome di Sick Tamburo; li ricordano su molti fronti e ciò non può essere altro che un enorme vantaggio, oltre che un complimento.

La quarta traccia è ‘Oh Ooh’ che potrebbe tranquillamente essere sintetizzata con questo:
“Bow the fuck down bitches , ‘cos now all my dreams have come true . Now I hit the bars with my dwarf and sometimes we’re too drunk to fuck “.

Un pezzo che si dichiara in meno di tre minuti con una sincerità disarmante nel suo essere costantemente fuori luogo in qualsiasi luogo eppure di un’intelligenza completamente fuori dal comune.
Melodie strutturate con un senso musicale spiccato, ritornello che cattura e intrecci di tastiere che sono utili più del solito.

Si vede la scena, la si vede tutta. Sopratutto si vedono i sogni che diventano veri, ed un piccolo sogno che diventa vero per gli altri è poter ascoltare un disco simile; non è poco.
Poi c’è ‘Don’t talk’ che è puro Depeche Mode, dai primi secondi che vanno in un crescendo che difficilmente potrebbe lasciare indifferenti: ”Don’t talk just kiss me / Oh God I wish we could do that again”.

Si vorrebbe dire lo stesso ascoltando il pezzo, glielo si vorrebbe dire di tacere e di andare a fondo, di prenderci e continuare a farci sentire la sua semplice presenza e farlo ancora e poi ancora.
Non sembra di ascoltare una produzione dell’Aprile 2018, né per intelligenza stilistica e melodica né per capacità di inventiva.
Si sta ascoltando qualcosa che deve lasciare ammutoliti.

La title track, quasi a voler portare avanti una tradizione che in qualche modo regge ancora, risulta essere il pezzo più orecchiabile e volendo radiofonico, non che questo sia un male, anzi.

La settima traccia è tutt’altro, già dal titolo, ‘Fuck off and die’.
Bell’intreccio di basso e riff di chitarra dai tratti arabeggianti che si protrae per tutto il pezzo in dissonanze contrastanti anche tra di loro.
Un po’ di Velvet Underground si sentono, in alcuni scatti di chitarra, ma il resto è un mondo da scoprire che prende e porta via quando i synth prendono il potere e bloccano tutto, fermano il tempo e lo rilanciano da un’altra parte, lo modellano come fosse plastilina.
Bello il duello tra scream in lontanaza e la voce della gatta che va avanti come se niente fosse.

‘Not sorry’
, l’ottava traccia, è un’altra pura follia che se si prende sul serio lo sa mascherare per bene.
Ritornello quasi da Enola Gay (pezzo storico degli OMD, neanche a farlo apposta degli anni ottanta), ma con un piede dentro la psichiatria.

‘Have you ever’
è la nona traccia e forse ha il testo migliore di tutto il disco:
“Have you ever seen my movies?  Have you ever read my books?  Have you ever lived in Bali? Have you ever killed someone? So you, you know, nothing”.

Non potrebbe essere più chiaro di così, nella spregiudicatezza alla quale il disco ha già abituato più di una volta che non si sa mettere catene e per fortuna, verrebbe da dire.
Tirato ancora una volta a mille, non si stacca per un attimo dall’essere puramente un viaggio verso qualcosa, un viaggio che da quella leggerezza che solo la consapevolezza di essere al cospetto di qualcosa di insolito e di inaspettato, ma che avresti sempre voluto ci fosse.

E lo si conferma nell’ultima traccia, che prende il nome di ‘Time machine’“That’s my invention / I made this time machine”

Come se fossero loro stessi ad aver caricato ogni singolo ascoltatore per portarlo via dal proprio tempo, che non è 2018 e non è anni ottanta, ma un qualcosa che può essere compreso solo durante l’ascolto, nell’immergersi completamente all’interno di un liquido sempre più appiccicoso, che resta, anche dopo centinaia di lavaggi, resta.

(Rom)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *