ASPETTANDO GODOT, ricordando il poeta CLAUDIO LOLLI

Dispiace e fa male quando un’impronta sul piano della musica svanisce, ma ancora di più lo fa quando si tratta di una voce chiara, diretta e semplice che ha accompagnato anni di storia e vite intere.

Da ‘Apettando Godot’ fino agli ultimi lavori che hanno toccato anche la letteratura, quasi cinquant’anni di storie alle quali ha dato forma, nei suoi testi sognatori e crudi, veri fino in fondo anche quando la verità è difficile da individuare o è messa in discussione dal dubbio.
Una verità sociale, politica, profondamente umana; una verità di poesia e di racconti di una vita che spesso percorre una strada dissestata.

Come in ‘Quelli come noi’, del primo disco del 1972, ‘Aspettando Godot’, pezzo che rimane come un monolite dentro il cuore in chiunque abbia lo abbia ascoltato anche solo una volta:

“Quelli come noi
che non valgono niente
quelli come noi
che non gli si darebbe un soldo
Invece,
quelli come noi
diciamo che valgono molto
e basterà che un giorno
trovino un po’ di forza
e aiuteranno gli altri a dare un calcio al mondo
e prenderanno a pugni il Re e lo Stato
calpesteranno il dio per cui ogni libertà si fa peccato”.

Tutta qui è la rabbia e la speranza, il rovescio della medaglia che non ti aspetti e potrebbe non essere l’ultimo. Una storia raccontata “davanti al vino forte di un bicchiere”, perché solo così le storie arrivano, anche quelle dei cantautori; come parlando con gli amici.

Claudio Lolli aveva questo, come pochi altri nella storia della musica italiana hanno avuto, se si esclude Francesco Guccini, che non a caso lo ha messo alla luce, musicalmente parlando.
Aveva la capacità di sedersi al tavolino con l’ascoltatore e con una voce flebile, sincera, parlare come se fosse l’unica cosa al mondo rimasta da fare.

Figlio di un mondo che ha provato a cambiarsi ma si è distrutto da sé e forse anche figlio di una retorica che non sempre si regge in piedi, una retorica che può trovare spazio anche oggi e in chi non ha vissuto e non ha conosciuto.
Ma aldilà della retorica resta la voglia di non essere schiavo

“Mille bambini vestiti di bianco, uno di grigio peccato però.
Cantano in coro seduti in un banco, uno è stonato e questo lo so.
E quello grigio e stonato ero io, nel giorno triste in cui comincio, a sanguinare il mio conto col dio, nel giorno triste che non scorderò.

Così in ‘Prima comunione’, pezzo del 1975 tratto dal disco Canzoni di rabbia.
Il Prete, il Re, lo Stato e quella tanto odiata e ben cantata borghesia, perché anche il nemico bisogna saperlo raccontare e bisogna saperlo dire e per poterlo fare bisogna conoscerlo e forse anche amarlo a tal punto da far commuovere anche quando se ne parla male.
Quell’Anna di Francia che vuole la libertà e vuole la sua vita per sé, via da quel coglione di Luigi IX.
Nei pezzi di Lolli sempre un disegno o uno spaccato di qualcuno di noi, sempre un verso a cui potersi appigliare nel momento del bisogno.

Non aveva la bonarietà di Guccini, l’incastro verbale di De Andrè o la smisurata e amara ironia di Piero Ciampi, ma aveva quel tocco da padre o da uomo di bar, quella mano rugosa che sapeva sempre dare conforto con le parole.
Tutto per poter arrivare a voltarsi all’indietro e poter dire che Godot si è veramente stanchi di aspettarlo.

(Rom)

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