‘My second death/My only birth’ album goth dei This Void Inside – RECENSIONE

Nel più classico dei modi si va a costruire un disco che del Goth ha le sembianze atmosferiche, ma non in tutto e per tutto le sonorità. Verrebbe da chiedere, tra le altre cose, che cosa sia effettivamente il Goth, ma sarebbe difficile dare una risposta soddisfacente e più d’ogni altra cosa sarebbe una domanda talmente vasta ed imprecisa che si rischierebbe di confondere soltanto le idee.

Per spiegarlo a un profano del genere, potremmo dire che intendiamo per Goth quella tendenza musicale che si sviluppa a partire dagli anni ottanta con certe derivazioni del Post-Punk e si ibrida con aspetti dell’elettronica e successivamente del Metal.

L’album ‘My second death / My only birth’ dei This Void Inside è un bell’esempio di come oggi il Gothic Rock si stia diramando verso altri orizzonti o comunque stia modificando quelli già presenti.

Quattordici tracce che scorrono bene e si lasciano ascoltare, aperte dall’immancabile Intro che lascia intendere che si tratta di un disco che ripercorre il classico della produzione del genere.
Subito massiccia presenza di orchestrazioni oscure e voce maschile dolce, ma serpentina.

Tutto nella norma e se ne ha la conferma con la seconda traccia, ‘Betrayer MMXVIII’, pezzo radiofonico in un contrasto crescente tra tastiere e riff di chitarra elettrica.
Condito da sonorità Pop e atmosfere cupe, ed ecco perché il lavoro del Goth ha le atmosfere ma non le sonorità, se non soltanto di seconda mano o per irradiazione.
Questo non necessariamente è un aspetto negativo.
Belli comunque gli incastri di soli, riff e cambi di toni.

Del Goth il disco ha sicuramente le tematiche d’amore, introspezione e romanticismo, al di là dell’immancabile morte.
‘Relegate my past’ è la terza traccia ed è una conferma di ciò che è stato appena detto, con una piccola aggiunta; ci si inizia ad accorgere della particolarità della voce di Dave Shadow, molto simile a una qualsiasi voce Power Metal e che si sviluppa su quel versante.
Anche il pezzo effettivamente ricorda vagamente sonorità degli Helloween, per melodie e per struttura del pezzo.

Il quarto pezzo, ‘Memories Dust’,’torna ad essere più vicino al Pop che ha preso tra le braccia moltissimi gruppi del genere, come Nightwish ed Epica, per citare i più famosi.
Ancora una volta il ritornello è atteso ed attira, non arrivando comunque a deludere.
Ce lo si gode, nella sua semplicità e nella sua presenza non eccessiva.
E’ tutto equilibrato, anche i soli di chitarra che danno un’idea delle capacità tecniche ma non prendono troppo spazio.
Prepotenti sono ancora i rimandi al Power Metal, come gli stacchi di voce isolata completamente dagli strumenti e gli aumenti di tono o semitono.

‘Trapped in a daze’ è la quinta traccia, più lenta delle altre o forse più moderata nel presentarsi subito in tutta la potenza dei riff.
Arpeggi delicati in principio e poi tastiere a dare il piano d’azione per lo sviluppo che culmina con un ottimo solo di chitarra che non risulta essere fuori luogo.
Discorso simile va ad applicarsi ad ‘Here I am’, la sesta traccia, che risulta essere la ballata del disco, nella sua calma e con il suo testo accomodante.
Tastiera che procede a dare le basi per sviluppare tutto ed il resto è una piacevole monotonia che immancabilmente finisce con il solo di chitarra, il più classico che si possa immaginare per una ballad.

Interessante è la settima traccia,Another fucking love song’, forse il pezzo più anomalo del disco che sgomenta con il suo ritornello inaspettato.
Bel pezzo, che ha poco e niente di Goth, ma risulta essere comunque molto efficace.

‘Losing my angel’,
ottava traccia, è la dimostrazione perfetta di come il Pop sia un tarlo che modella completamente l’assetto strutturale di ogni composizione, andando a rosicchiare piccoli snodi, anche insignificanti in apparenza, ma che una volta modificati sono impossibili da non notare e non categorizzare come tali.
Un pezzo così potrebbe tranquillamente passare in radio e non sfigurare.

Da segnalare nella nona traccia, ‘Meteora’, la presenza di Max Aguzzi dei Dragonhammer e Diego Reali degli Evidence per una collaborazione. Pezzo Power Metal di una certa fattura che non tradisce le indicazioni date dalla presenza degli ospiti.
La decima traccia è ‘Ocean of tears‘, aperta da una drum machine che si scontra subito con secchi accordi di pianoforte e poi archi per sfociare in un lento ritornello, sognante; un’altra ballad che va ad inserirsi nella tracklist.

Ci sono varie contaminazioni nei distinti pezzi e in ‘All I want is U’, è difficile non notare un occhiolino agli anni ottanta e al massiccio uso delle tastiere nell’intro.
Poi il resto è per l’ennesima volta un muro di riff di chitarra sul quale vanno a sedere melodie vocali lineari e Pop, che continuano anche nella traccia successiva, ‘Break those chains’, che ha comunque un bel testo.

Nella penultima traccia, ‘The artist and the muse’, bisognerebbe soffermarsi un attimo di più.

Pezzo orchestrale costruito molto bene che si sviluppa in varie sezioni, dalla prima unicamente invasa dagli archi fino ad arrivare alla parte vocale che alterna italiano ed inglese, in contrasti che risuonano molto bene per tutto il pezzo.
Poi un intermezzo inaspettato presenta Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, conosciutissima poesia di Cesare Pavese, a condire le atmosfere malinconiche del pezzo, che risulta senza ombra di dubbio essere il pezzo meglio riuscito dell’intero disco, che viene chiuso da ‘Downtrodden’, altra sparata al limite tra il Power Metal di fattura Edguy e varie contaminazioni Pop che hanno si qualche venatura di Gothic, ma non la lasciano intravedere più di tanto.
Tutto sommato un bel disco, godibile.
Non innovativo e sicuramente di nicchia, ma nel suo piccolo mondo riesce comunque a reggersi bene in piedi e dare una buona impressione.

(Rom)

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