‘L’amore in tempo di crisi’ di MAIO, ponte con gli AFTERHOURS – RECENSIONE

Costruire ponti fra gruppi di generazioni diverse è sempre un rischio e farlo con dei gruppi italiani forse lo è ancora di più.

Trovare somiglianze, padrini e battezzati ed emulazioni varie comporta conseguenze, ma nel caso dei Maio è innegabile ammettere che le influenze degli Afterhours siano talmente prepotenti da rendere complesso il riconoscimento e la separazione tra i due gruppi.

Nel disco ‘L’amore in tempo di crisi’ di Maio tutto ciò salta fuori in otto tracce, a cominciare dalla voce, pericolosamente simile a quella di Agnelli fino ad arrivare al sound che, intriso di impeti alternative anni novanta, ritorna comunque a solidificarsi nel muro del gruppo di Milano più e più volte, sopratutto nelle costruzioni melodiche tra strofe e ritornelli.

Fatto questo necessario preambolo, ad ogni modo, il disco vale la pena dell’ascolto.
Il fatto di essere decisamente influenzati da un altro gruppo, non rende meno presente il lavoro fatto che è comunque di buona fattura.

Si parte con la title track, pezzo dalle vaghe tendenze noise che si estende in distorsioni lunghe e lente progressioni sonore in cui il distorto solista della chitarra la fa da padrone, tra armonici e e dissonanze.
Pezzo crudo, ottimo per aprire un disco del genere.

La seconda traccia è ‘Notturno’, ballad semiacustica che con un ritornello accattivante tiene bene solide le convinzioni che si stia ascoltando un palese lascito degli anni novanta.
Distorsioni appena accennate e accordi semplici, con quel sentore Pop che così tanto è caro ai figli di quel periodo.

Poi c’è ‘L’assassino di Emily’, pezzo decisamente più complesso e interessante dei primi due.
Lenta apertura in un giro di accordi che tra vibrati e atmosfere non può non ricordare un western, sopratutto in quell’ “Ooooh Emily”, quasi sussurrato; una bella prova che mette un attimo in pausa tutto ciò che si è appena detto fino ad ora, nonostante siano ancora ben presenti gli Afterhours, con un sentore di “Quello che non c’è” che ogni tanto si può intuire.

Rende il tutto ancora più complesso nell’ascolto sapere che si sta avendo a che fare con qualcosa che porta un carico così pesante su di sé, il carico di un gruppo che ha segnato un netto periodo della musica alternativa italiana.

Nella quarta traccia, infatti, è pressoché impossibile non notare le somiglianze.
‘Giuda (la condanna)’ è un bel pezzo tirato che va avanti tra voce principale e cori che lo spingono ancora più in la.
Riff semplice, diretto e un risvolto finale che è tutto di guadagnato nell’avere ascoltato il brano per intero.

La quinta traccia, ‘Ombra’, la più breve del disco, è il classico crescendo che parte in acustico e poi esplode nel finale con la ripetizione forsennata di “Con noi, ma non siamo noi” che va a chiudere un bel testo.

‘La lettera (che non vi ho mai scritto)’ è un altro pezzo disteso, cupo e sentito, quasi da addio: “Mi dispiace sai ma non vi abbraccerò / Questo treno parte ed io non lo perderò”. Bello nel suo essere trasformista in quel riff di chitarra che accompagna la strofa e che ogni tanto sbuca qualche ottava più in su e nel suo ritornello che chiude tutto in pochi istanti.

La penultima traccia è ‘Sulla riva dell’ago’, che aldilà del titolo che subito incuriosisce, viene subito tirata a mille da un bel riff diretto di chitarra distorta, il primo di tutto il disco che si prende tutta questa libertà di andare avanti in questo modo: “Solo buio, solo buio quello che c’è”. Poi si ferma per pochi attimi e riparte, senza guardarsi indietro, per poi arrivare al finale e sparare la voce a mille, com’è giusto che sia per chiudere un pezzo del genere.

Il disco si conclude con ‘La menzogna del tempo che guarisce’, titolo che da solo potrebbe già dire tutto e forse lo fa, nella sua lentezza che si dilata per tutto il brano, statico e combattuto tra una malinconia feroce e il finale che si riscopre speranzoso e chiude il disco lasciando un dubbio su molte cose, ascoltate e non.

(Rom)

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