Il folklore di ‘Guerra’ di Cesare Dell’Anna e Girodibanda – RECENSIONE

Mistura folkloristica ed etnica, ‘Guerra‘, di Cesare Dell’Anna e Girodibanda, disco eclettico ma tradizionale nel senso più puro del termine, va a immischiarsi in questioni sonore di vecchia data e in sperimentazioni ed arrangiamenti che prendono un po’ da tutto, tenendo sempre bene a mente la musica popolare ed in particolar modo la Pizzica, pressoché onnipresente.

Ci sono ricongiungimenti con l’altro versante dell’Adriatico nei suoni balcanici e contaminazioni Jazz che tinteggiano ogni tanto le melodie costruite dal pesante muro di fiati che accompagna ogni pezzo.

Un disco divertente, fatto da gente capace e che sicuramente darebbe il meglio di sé ascoltato dal vivo, un po’ come succede sempre quando si tratta di musica popolare; imprescindibile il legame tra la musica e la danza, questo dovrebbe essere chiaro.

Al di la di questo, risulta comunque essere un disco interessante da alcuni punti di vista, nonostante la innegabile monotonia dei pezzi, presente anche tra uno e l’altro, ma d’altronde il Folk è sopratutto questo ed è nell’intuizione del singolo, nei testi o negli arrangiamenti che trova la sua vera forza.

Per quanto riguarda i testi è sicuramente il caso della seconda traccia del disco, ‘Trump@, Cavallo di ritorno palestinese’, ritmo in levare e fiati che murano il circondario ma sopratutto il testo, che fa riferimenti alla decisione del Presidente statunitense di aprire l’ambasciata del suo paese a Gerusalemme, luogo notoriamente cruciale per il conflitto Arabo – Israeliano e simbolo di convivenza di credi e culture differenti, un po’ come l’intento di ogni disco che si occupa di musica popolare.

Nelle sonorità c’è comunque richiamo a quelle terre, un richiamo condito da influenze nostrane ma che comunque riesce a dare un’idea, anche musicale, a quello che potrebbe altrimenti essere nient’altro che un testo di denuncia, se così lo si vuole definire.

Da segnalare, tra le altre cose, anche la decisione del gruppo di donare i manifesti del nuovo tour per raccogliere fondi da poter devolvere ad Action aid per la causa palestinese.

E’ chiaro, anche da questi fattori che esulano dalla musica, come il disco sia strettamente legato al reale, strettamente legato al quotidiano e al popolare, a ciò che si trova nelle strade, come teoricamente può testimoniare l’uso del vociare durante i pezzi, come nell’intro di ‘Catarina’, con quel venditore ambulante che vocia in una piazza sicuramente gremita di gente.
Ha questo carattere qui il disco ed è forse anche per questo che rientra in quella categoria di lavori che trovano ed esprimono al meglio la loro forza sul palco e non in studio.

Manca quel contatto che il palco invece restituisce e ripropone, quell’impatto visivo che impedisce di localizzare tutte le emozioni e le suggestioni del disco.
Funziona comunque, sia ben chiaro, ma è mutilato.

Come in ‘Carminuccio’, pezzo che condensa in sé il Sud più profondo dell’Italia e la tradizione della musica balcanica, in un modo che rende difficile capire cosa si stia effettivamente ascoltando.
La lingua e il linguaggio musicale si contrastano, respingono e tornano a stare insieme ed amalgamarsi tra i fiati ed i dialetti e quell’Albania che viene nominata più di una volta.

Parla anche di storie recenti tutto ciò e della tremenda vicinanza, non solo geografica, tra il meridione italiano e i Balcani del Sud, a maggior ragione quando si sta parlando di Albania, ricordando i massicci flussi migratori che riguardarono il Paese dall’inizio degli anni novanta.
Questo fa pensare e mette in primo piano l’obbiettivo che dovrebbe essere quello comune della musica popolare, ovvero l’ibridarsi e rendersi libera allo stesso tempo con quello stesso ibrido.

C’è lo spazio anche per altro, come ‘Padam Padam’, che ripropone in altra chiave il pezzo di Edith Piaf, una chiave che sembra aprire la porta dell’Est Europa, il punto in cui tradizioni mitteleuropee ed orientali trovano il loro incontro.

Andrebbe usata sempre una cartina geografica quando si ascoltano dischi del genere e a maggior ragione quando se ne parla o si vuole capire qualcosa di come funzioni l’Europa e di come la musica viaggi e modifichi tratti della storia e della cultura di paesi interi, sopratutto quella popolare.

E’ un buon insegnamento ed un buon esperimento questo disco, che nel suo dignitosissimo anonimato, che sempre è d’obbligo quando si tratta di tradizione, riesce comunque ad avere una voce che, come la musica che propone, ha radici e non ne ha allo stesso tempo.
Quello che conta è che da comunque frutti, per tutto l’anno.

(Rom)

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