‘Breach’ dei POLEMICA, band italo-americana – RECENSIONE

Quando si dice che il Rock è americano forse non si sta andando troppo lontani dalla realtà.
Certo, questo non vuol dire affatto che non si possa mascherarlo o riproporlo in altri modi anche lontano dalla sua terra, ma c’è qualcosa che non sarà mai la stessa, qualcosa che dovrà cambiare e radicalmente muterà la struttura stessa dei lavori.
A cominciare dalla lingua, quell’inglese secco e scarno che proprio nel lavoro dei Polemica, ‘Breach’, si può trovare con così tanta facilità.

Quell’essere rozzi dei Crass (che essendo inglesi a maggior ragione sanno di che si tratta) o la velocità d’esecuzione dei Dead Kennedys e la schiettezza di Lou Reed e dei suoi Velvet Underground.

Tutto questo e molto altro è condensato nelle dieci tracce del quartetto italo-americano, capitanato dalla cantante Hilary Binder, statunitense; ed ecco perché questo preambolo.

Lo si capisce immediatamente dalla prima traccia, ‘A walk in the park’, in cui un cadenzato riff di chitarra garage accompagna un testo che dice semplicemente una cosa; ciò che vedo mentre cammino dentro il parco.
Cosa vedono gli occhi dell’autrice è ciò che vediamo anche noi ascoltando il pezzo.
Non c’è altro da ricercare, nessun significato nascosto.
A livello strumentale tira tutto fino al limite estremo in cui il cadenzato diventa al limite del noise ed esplode.

La seconda traccia, ‘Did you hear the bell?’, è simile per concetto.
Strofa sincopata che continua a chiederti se hai sentito la campana perché “il concerto è iniziato” e “la scuola è finita”.
Nella progressione funky è impossibile non aver sentito quella campana che invita ad alzarsi e fare qualcosa, invita a muoversi e a prendersi di peso per portarsi da un’altra parte.
Anche qui la voce della Binder è essenziale. Più simile a una reading di lettura che ad una voce musicale, e questo è soltanto un bene, trascina i pezzi con una fermezza ed una compostezza che ricorda quella appartenente a Patti Smith o al già citato Lou Reed.
Non ci si scompone per i propri pezzi ma li si recita e li si assapora e fa assaporare; sembra che dica questo l’atteggiamento mantenuto.

Il terzo brano viaggia su linee più melodiche e si discosta un attimo dalle tendenze Punk dei primi due pezzi ma che alla fine la fanno bene o male da padrone in tutto il disco.
‘Passenger on the ghost ship’ è retta in piedi da un bel giro di basso che si fa sentire, rumoroso e serio, per tutta la strofa.
La voce è sempre pacata e anche quando il ritornello alza un po’ i toni continua a non scomporsi e il tono lei invece se lo da, con una certa classe.

Tutto cambia nella quarta traccia,Man’s privilege’, bomba carta lanciata contro la realtà dell’uomo bianco che sempre e comunque è privilegiato rispetto agli altri: “You never felt objectified, your sex placed high above your mind
never thought about the skirt you don, no fear too short might say something wrong
never worked twice as hard making half as much, or feared violence behind every touch
or forced to continue to fight for your body, fight your safety, fight for your rights”.

Sarebbe molto difficile essere più chiari di così e ancora di più lo si è se si accompagnano parole così dure a quel riff che si lancia addosso a tutto come una palla di fuoco o una biga di cavalli impazziti.
Il “fight “ secco che chiude il pezzo è per l’ennesima volta testimone della capacità di tenere moderazione della Binder.
Tutto finisce li con lei e il suo dire “basta”.
Un po’ Sinead O’ Connor se si vuole azzardare un altro paragone.

La quinta traccia è ‘Psycopath Mind’, un pezzo disteso dal testo che è un susseguirsi di parole che chiarificano quanto sia pericoloso stare accanto ad una mente pericolosa e ciò che la attrae.

La sesta è ‘Silly me’, che si sviluppa su un basso incatenato a se stesso che si porta avanti per tutto il pezzo, su indecisioni chitarristiche che tra feeback e slide arrivano al ritornello in ottave che è un’altra cosa anche per i cambi repentini di tono che seguono sia la voce che la chitarra stessa.
Bel pezzo, tirato al punto giusto e che si da un’altra aria rispetto al resto del lavoro.


‘Morning fight’ è invece un bel pezzo che trasuda blues nella sua sofferenza, nel testo che parla di una lite mattutina, parole che volano e forse botte; accuse e scuse e una donna che si chiede perché.
Pezzo pesante nella sua emotività che si lascia andare nel finale ripetendo “morning” fino all’esaurimento.
La prima cosa della mattina:“The morning fight / The morning light”. Un pezzo che andrebbe ascoltato più del previsto.
‘Need more time’ invece sembra un pezzo dei Nirvana a tratti, sopratutto nel ritornello.
Aleatorio nella strofa e devastante nel ritornello, si procaccia un’esplosività che non ha e la trova in maniera anomala, ma funzionante.

La nona traccia è la title track, ‘Breach’.
Il pezzo più noise del disco ed il pezzo più minimalista anche sul fronte testuale.
Conciso nelle cose che contano ma disteso nell’avanzare e trascinarsi fino alla fine per quasi sei minuti che sono rumori e sono urla, urla che non lasciano trapelare nessuna emozione e nessuna voglia di esprimere qualcosa: ‘Breach‘ continua ad urlare la Binder; infrangi.

Il disco si chiude con ‘Welcome to the show’, pezzo Punk della primissima ondata che da un tocco nuovo anche alla voce che con quella finzione britannica che a tratti si percepisce nella voce rende il tutto paradossalmente più reale.
Bel modo di chiudere un disco e ottimo di chiudere questo, che va ascoltato con calma, probabilmente più di una volta.
Vanno letti i testi, vanno ascoltate le parole ben scandite di ogni singola traccia.
Insomma ciò che un lavoro fatto bene si merita.

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