Vent’anni senza Faber: Autore unico, Interprete ideale, Poeta degli ultimi

Le parole. Quelle giuste, che non escono mai quando ne hai bisogno. Per carità, nessuno ha la presunzione di attribuirsi verità o ragioni.

Ma il pensiero di raccontare una figura com’era (com’è) quella di Fabrizio De Andrè non può certo farti accontentare.

Perché Fabrizio De Andrè, Faber, non lo riduci certo a poche righe celebrative, in cui ne ricordi i successi, ne celebri testi e musiche, ne consacri quella rivoluzione culturali portata avanti in quel poco tempo che gli è stato concesso.

No. Perché De Andrè, o Faber come lo chiamava il suo amico d’infanzia Paolo Villaggio, è stato ed è molto altro. Di più.

Mai banale nelle sue canzoni, o poesie o componimenti (chiamatele come volete); sempre affascinante, nel suo modo di raccontare il suo vissuto (Hotel Supramonte, Franziska) o il mondo che lo circonda (Bocca di Rosa, De André frequentava per curiosità sociale i quartieri della prostituzione della Genova degradata; La Canzone di Marinella, ispirata ad un fatto di cronaca).

Fermarsi, mettersi a pensare, davanti ad una tastiera, davanti ad un foglio bianco con una penna in mano per scrivere e ricordare di De Andrè, è più facile che sia controproducente che utile.

“Mi esprimo così, con le mie canzoni”, amava ripetere il cantautore genovese, adottato dalla Sardegna “che mi ha insegnato come un uomo deve vivere”.

E allora cogliamo l’invito, involontario: ‘Bocca di Rosa’, ‘Hotel Supramonte’, ‘Il bombarolo’, ‘Attenti al gorilla’, ‘Un Giudice’, ‘Dolcenera’…una porzione di una produzione infinità di successi, di chicche, di poemi e composizioni, di pezzi di storia, di idee nuove e di storie sarebbe utile portare sui banchi di scuola.

Proprio quella scuola che forse non ha mai amato e che per certi versi lo ha spinto a diventare quello che poi è stato, un artista incredibile: “Ho voluto dimostrare di poter emergere con un’altra strada, quella della chitarra, per dimostrare ai miei genitori che cosa valevo”.

De Andrè non si è mai sentito un privilegiato, ha sempre messo davanti a tutto la sua umiltà, spontaneamente: “L’attività che ho scelto la potrebbe fare chiunque. Quasi tutti noi siamo artisti, ma non abbiamo il tempo per esserlo. È difficile per chi lavora 8 ore al tornio poi si metta a scrivere una canzone”.

E non solo: “Quando noto delle carenze di creatività, mi faccio aiutare da persone più giovani di me. Mi considero uno che riesce a fare anche della musica per accompagnarsi i testi. Mi considero un suonatore di chitarra. Non credo essere l’interprete ideale delle mie canzoni”.

Ecco, questa era la magia di Fabrizio De Andrè.

Quel giorno, era l’11 gennaio del 1999, erano le 2.30, il carcinoma polmonare in fase avanzata si è portata via l’uomo, ma non il suo spirito, il suo mito.

Quel giorno in diecimila lo salutarono nella basilica di Carignano, ai funerali partecipatissimi nella sua Genova.

Una altrettanto grande folla lo ha accompagnato anche al cimitero monumentale di Genova. Nessun applauso, solo un rispettoso silenzio.

Come si deve ad un grande.


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