Auguri David Gilmour, l’uomo che senza paura si prese i Pink Floyd

Paranoia, forse. Paura no, perché entrare nel gruppo “fu un’esperienza paranoica” e “mi ci volle un bel po’ per sentirmi un membro del gruppo”. Già, perché non fu un ingresso facile, semplice. ‘Di mezzo’ c’era una figura ingombrante, quasi impossibile da mettere da parte in quattro e quattr’otto, quel Syd Barrett che tanti problemi aveva.

E che pur sempre era un amico.
Oltre 50 anni di carriera, con i Pink Floyd e da solista, David Jon Gilmour festeggia oggi 73 anni. Nato a Cambridge il 6 marzo del 1946, chitarrista tra i più influenti della storia del rock, nel 1967 fece il suo ingresso in punta di piedi nella band. Il periodo era quello della registrazione di A Saucerful Of Secret: “Ho contribuito per quello che potevo, ero onestamente un po’ ai margini”. Addirittura “non mi sentivo un membro del gruppo a pieno titolo, il mio apporto fu per forza limitato”.
Paranoia, e un pizzico di depressione. Ma nessuna paura: “Non credo che gli altri avessero un’idea precisa su quello che avrei dovuto fare e come. Insomma, ero di supporto alla ritmica. Cominciavo a sentirmi un po’ depresso”.
Ma era solo questione di tempo. Perché di lì a poco cominciò a offrire un contributo importante, a proporre e a prendere iniziative, a parlare di uno scopo comune che era quello di “migliorare e ci proviamo in tutti i modi”.
Del resto Syd era ormai fuori dai giochi, i suoi problemi erano diventato insormontabili e l’iniziale ‘affiancamento’ di Gilmour era diventata una sostituzione a tutti gli effetti.
Contemporaneamente, però, iniziarono i problemi con l’altra figura forte del gruppo, Roger Waters. I tempi erano quelli di Ummagumma, parliamo del 1969 per intenderci. Ricorda Gilmour: “Andavo in studio e cominciavo a blaterare di parti e brani. Un giorno chiamai Roger e gli chiesi di scrivermi delle parole. ‘No’, fu quello che mi rispose”. Forse una delle prime frizioni tra i due.

Nonostante tutto, arrivarono dischi straordinari, successi clamorosi, come The Dark Side Of the Moon, Wish You Were Here, The Wall, Meddle. E poi l’addio di Waters alla band, la leadership presa a inizio Anni 80 che ha permesso al mito di dei Pink Floyd di continuare a vivere per altri tre album (più uno live, Pulse) e tour mastodontici. Tanto meglio.

E poi gli album da solista, 4 in tutto ad oggi compreso l’ultimo Rattle That Lock: per quest’ultimo, un estenuante tour mondiale che lo ha portato a suonare a Pompei nel 2016, circa 45 anni dopo il leggendario Live at Pompeii con i Pink Floyd.

Recentemente Gilmour ha annunciato l’intenzione di mettere all’asta le sue 120 chitarre, con il ricavato andrà in beneficienza. La data è il 20 giugno, presso la sede di Christie’s. Certo, la paura, quella che lui non ha avuto a inizio carriera, in molti l’abbiamo: è il segnale che smetterà di suonare? Forse. O forse no. Immaginarlo senza quello strumento con cui ha deliziato il mondo è (quasi) impossibile.

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