Ambizioso e accogliente: 50 anni fa Woodstock segnava un’era

E pensare che per pura casualità al suo posto non è stato aperto solo uno studio di registrazione. Richie Havens non avrebbe improvvisato Freedom, Joe Cocker non avrebbe regalato al mondo una versione live incredibile del successo dei Beatles With a Little Help from My Friends. E poi la versione rock dell’inno americano di Jimi Hendrix non avrebbe visto la luce.

Il destino, o forse più semplicemente la forza della musica. Che senza alcun aiuto extra, senza nessuna spinta, supporto o appoggio tecnologico, ha richiamato una marea mai vista di fan, di appassionati di musica ad un festival di tre giorni.

Artisti oggi famosi e inarrivabili, ma ieri poco più che sconosciuti perché all’inizio di straordinarie e irripetibili carriere.

Il tempo passa, il progresso avanza inevitabilmente. Era agosto del 1969, dalle parti di Bethel, negli Stati Uniti, un gruppo di giovani intraprendenti mise su un evento che avrebbe segnato la storia della musica. Senza click, senza messaggi istantanei, senza social network. Solo tanta forza di volontà e il ricorso al passaparola. Questo era il ‘click’ di mezzo secolo fa.

Michael Lang, John P. Roberts, Joel Rosenman e Artie Kornfeld, a diverso titolo, hanno avuto un ruolo determinante nell’organizzazione. Roberts e Rosenman avevano pubblicato un annuncio sul New York Times e sul Wall Street Journal, presentandosi come ‘Challenge International, Ltd.’, ovvero ‘uomini giovani con capitale illimitato’ alla ricerca di ‘interessanti opportunità, legali, di investimento e proposte d’affari’.

Lang e Kornfeld li contattarono, e con loro progettarono uno studio di registrazione da mettere su nel villaggio di Woodstock, nella contea di Ulster dello stato di New York, un luogo dall’atmosfera ritirata e tranquilla. Presto, però, immaginarono di realizzare al suo posto un più ambizioso festival musicale e artistico.

A questo punto fece il suo ingresso nella storia Max Yasgur, proprietario terriero e produttore di latte a cui si rivolsero per chiedergli in affitto una parte dei suoi terreni. Una scelta veloce, un’occhiata ad un terreno poi scelto per il progetto, ad appena 10mila dollari per l’affitto.

Il festival avrebbe dovuto riguardare inizialmente ‘solo’ 50mila persone, alla fine superò le 500mila unità (per qualcuno raggiunse il milione). Il passaparola, gli annunci per radio, poster e brochure realizzati in fretta e furia dall’amico architetto e dal conoscente scrittore. L’evento, quello con la ‘E’ maiuscola, si stava concretizzando.

Tre giorni di Pace e Rock, tre giorni poi diventati quattro con la chiusura, fuori orario, di Jimi Hendrix: si iniziò il 15 agosto, si andò avanti fino all’alba del 18. Sul palco allestito per l’occasione salirono artisti oggi strepitosi, ma all’epoca agli esordi. Come lo era Carlos Santana, uno dei più grandi chitarristi di sempre ma allora giovane musicista senza ancora un contratto. O il supergruppo formato da David Crosby, Stephen Stills, Graham Nash e Neil Young, che esordiranno due anni dopo con lo strepitoso live ‘4 Way Street’. Curioso come nei video non appaia Neil Young, che non volle mai farsi riprendere convinto che la presenza di un cameraman durante le esibizioni avrebbe potuto distogliere l’attenzione dei musicisti.

La Locandina del Festival

O un giovane Joe Cocker, che pochi mesi prima aveva inciso il suo primo album, With a Little Help from My Friends, che prende il titolo dal brano omonimo dei Beatles, di cui l’album contiene una cover. La sua esibizione fu una di quelle che lasciò il segno. E poi Joan Baez, salita sul palco al sesto mese di gravidanza, senza il marito David Harris, obiettore di coscienza, e da poco arrestato, una straordinaria Janis Joplin, poi Sly&The Family Stone, The Who, The Band.

E forse il nome, il personaggio che avrebbe richiamato più pubblico possibile, fu quello di Jimi Hendrix, deciso a cantare per ultimo, in chiusura del festival. Per colpa anche della pioggia che causò ritardi, salì sul palco alle 6 di mattina del quarto giorno.

Gran parte del pubblico era andata via, a seguire la sua storica esibizione, compresa la storica versione dell’inno americano The Star-Spangled Banner, furono ‘appena’ in 40mila fortunati.

Nomi non troppo famosi all’epoca, eppure il richiamo all’evento fu pazzesco. Organizzato per 50mila persona, i biglietti venduti furono però 186mila, in totale si raggiunse il mezzo milione di presenze.

Bloccati da una lunga fila di macchine, alla fine ci fu chi camminò in media per 24 chilometri dopo aver abbandonato l’auto. Una volta terminato l’evento, arrivò il tempo delle pulizie. Inevitabilmente, la massa imponente che aveva seguito il super concerto aveva lasciato sul prato di tutto. “C’erano però ragazzi che raccoglievano l’immondizia a festival in corso”, il ricordo piacevole delle Forze dell’ordine dell’epoca.

Tra quello che fu ritrovato, si parla tra i 30 e gli 80mila sacchi a pelo. In uno di questi una persona perse la vita: si pensava fosse vuoto quando un camion per la raccolta rifiuti gli passo sopra. In tutto ci furono 2 vittime, 4 aborti, 400 persone in preda a trip e 3mila feriti. Si stima che almeno 250mila persone non riano riuscite a raggiungere il festival e ad assistere ad un evento che solo dopo ebbe spazio, notorità e pubblicità che meritava.
E pensare che al suo posto avrebbe potuto esserci uno studio di registrazione…

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